Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Didattica e feudi

di Roberto Maragliano

Nel numero appena uscito di Alfabeta2,  settembre/ottobre 2013 (32 per l’esattezza), disponibile anche in formato digitale, compare un interessante articolo di Giuseppe Dino Baldi titolato genericamente Il tempo delle scelte. Ma come chiarisce il sottotitolo (La didattica e i feudatari del web), il tema affrontato è quello dell’innovazione tecnologica della e nella scuola italiana. Diversamente da tanti altri interventi  comparsi negli ultimi tempi su fogli a stampa e web, per non dire dei non pochi pamphlet, il discorso proposto qui è pacato, non propone né chiede schieramenti di fede, anzi aiuta a capire meglio i termini della faccenda, facendo giustizia di tanti luoghi comuni.

In buona parte lo condivido.

alfabeta2_n32Sono d’accordo soprattutto sull’idea che in gioco non ci siano macchinette ma, appunto, scelte di fondo di tipo didattico. Casomai è opportuno chiarire che, di fronte opzioni così rilevanti, la didattica non andrebbe intesa come dimensione professionale di tipo individualistico ma andrebbe individuata e fatta agire, anche in sede di argomentazione, come struttura e funzione organizzativa; cioè come principio di identità (non l’unico, ma uno dei più importanti)    di un’istituzione centrale e al tempo stesso delicata come quella scolastica. In questa più impegnativa chiave, ragionare di didattica equivarrebbe a ragionare di qualità dei saperi, di ciò che la scuola insegna, e non solo di come lo fa: di conseguenza, il rapporto fra il dentro e il fuori, su cui peraltro Baldi fa giuste osservazioni, in linea con l’idea che la scuola debba mantenere una sua autonomia non appiattendosi sull’esterno, acquisterebbe ben altra visibilità, impegnando noi tutti a riflettere su ciò che il nuovo ordinamento digitale non tanto produce quanto mette in luce, riguardo all’articolazione dei saperi scientifici, tecnici, artistici e umanistici.

Sono anche d’accordo che optare per il novo sul fronte della strumentazione didattica non porta automaticamente a risultati innovativi sul terreno più generale della didattica. Anzi, può avvenire e di fatto avviene, spesso, tutt’altro. Lo dimostra con abbondanza la casistica corrente, soprattutto quella tragica a livello dell’università nazionale dove innovazione tecnologica, conservatorismo culturale e (diciamolo!) malaffare tendono con preoccupante frequenza a coincidere.

Condivido anche l’idea che la scuola non possa essere salvata affidandola ai nuovi colonizzatori del web, per i quali, peraltro, il boccone è così piccolo e poco sostanzioso da risultare irrilevante (e infatti i grandi coloni a ben altro stanno pensando e provvedendo).

Una sola cosa aggiungerei, ed è che la scuola deve  essere messa nelle condizioni di liberarsi dei vecchi e tuttora attivi coloni (intendo la tradizionale editoria), questione della quale pacatamente non si è mai riusciti a parlare, fin qui. Perché?

Non si tratta di un problema nuovo, tutt’altro. Personalmente, non è la  prima volta che ci sbatto il muso contro. Già negli anni Ottanta, nel corso della stesura dei nuovi programmi per la primaria, si tentò, inascoltati, di avere un rapporto almeno di dialogo con esponenti dell’editoria. Non se ne fece nulla.  E nel decennio successivo, impegnato su fronte nell’innovazione culturale della scuola, come coordinatore della berlingueriana commissione dei saggi, ebbi esperienza diretta di quanto l’editoria scolastica pesasse sulle scelte culturali di fondo, perfino sulla possibilità stessa di delinearle. Per non dire di vicende più vicine al presente, con lo forzo congiunto delle strutture editoriali nazionali per sbarrare la porta a iniziative (e soprattutto fondi!) volti a garantire importanti sperimentazioni di produzione e uso di contenuti aperti (il caso della Sardegna resta tuttora aperto).

Chiariamoci. Passare da un colonizzatore ad un altro non sarebbe un gran guadagno. Ci guadagneremmo tutti, e la scuola in primo luogo, se provassimo ad uscire dalla logica dei feudi.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 settembre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , .

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