Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Soloni e coloni del libro

di Roberto Maragliano

Non c’è alcun dubbio, parlando e sparlando di tecnologie digitali i discorsi che hanno maggior seguito, a vedere i titoli saggistici in uscita e i modi con cui li anticipano, li coccolano e poi li tengono costantemente su le gazzette a stampa e  televisive, sono ancora quelli che solleticano o confermano una visione apocalittica.

Si è più volte detto che lo schema di antico conio echiano, quello degli apocalittici e degli integrati, non funziona. Ma conviene ripeterlo una volta ancora, sulla base dei dati di fatto dell’oggi. Non funziona perché dei due poli il primo è super rappresentato, e non solo in termini quantitativi, almeno da noi; e poi e soprattutto perché viene così sottratta legittimità ad un terzo e a mio avviso fondamentale punto di vista, quello di chi si propone di analizzare la tecnologia per quello che è, senza invischiarsi in scivolosi giudizi di valore, e per la parte di umanità che essa tocca e fa toccare.

Ma tant’è, di due saggi che escano assieme (non è un’ipotesi quella che sto proponendo) il primo associando nel titolo rete e stupidità e il secondo rete e intelligenza, la palma delle maggiori vendite e delle più positive recensioni andrà sicuramente al primo, indipendentemente dalla sua qualità. Credo dunque che sia giunto il momento di chiedersi quali siano gli ingredienti che rendono così appetibile l’uno e così poco l’altro, dei due discorsi, e che, cosa ben più grave, tarpano le ali ad un terzo. Non è questione nuova, almeno per me. Già in un testo del 1996 (Esseri multimediali) la affrontavo a proposito della vexata quaestio bambini/tv invitando il lettore a servirsi, per un’eventuale disamina delle mie “terziarie” posizioni, di brani tratti dalla pubblicistica corrente, dove le più apocalittiche prospettive pedagogiche venivano debitamente accolte e legittimate.

Gli ingredienti, dicevo. L’analisi meriterebbe uno spazio di cui non è dato disporre, nell’economia di una nota come questa. Mi limito solo ad additarne due dei più importanti.

Il primo è la fiducia, quasi religiosa, nel principio deterministico. L’apocalittico e chi lo segue sono fortemente convinti che l’uso della tecnologia determini specifiche condotte e che incrementarne o ridurne il ricorso abbia effetti diretti su di esse: sarà dunque tendenzialmente virtuoso e profondo il soggetto che faccia uso della tecnologia a stampa  e, allo stesso modo ma in diversa misura, deviato e superficiale chi indulga alla tecnologia televisiva o a quella digitale. Il secondo ingrediente, ben più insidioso, sta nel proporre discorsi che generalmente corrispondono all’ideologia dominante e fanno leva sul più elementare senso comune, rivestendoli però di un alone di anticonformismo critico. Così, un ipotetico titolo su come estirpare il vizio della rete è destinato a incontrare successo per le due ragioni che ho detto, perché chi lo compra e lo legge è confermato nella sua idea che i comportamenti viziosi siano effetto della tecnologia e che intervenire su questa senza chiedersi le ragioni profonde di quelli sia un (comodo) segno di distinzione pedagogica, rispetto al dilagante lassismo. Insomma, siamo ancora al tema delle cattive compagnie: il pupo, di per sé, sarebbe buono e retto, ma quelli (la tv e la rete) ce lo rovinano. Che poi simili (s)ragionamenti passino attraverso una tecnologia, la stampa, in forte conflitto (e altrettanto forte rivalità commerciale) con le tecnologie sopravanzanti, questo aspetto generalmente non lo si prende in considerazione, essendo tutti più o meno vittime di una rappresentazione sociale (e di un immaginario culturale) che identifica il sapere autentico con ciò ch’è stampato e dunque la stampa con la condizione naturale del sapere stesso, tutto il resto portando le stimmate dell’artificio. I Soloni del libro sono tuttora in auge.

Certo, non bisogna cadere nell’insidia di pensare che tutti i discorsi critici attorno alle tecnologie digitali siano colpevolmente o interessatamente o ingenuamente apocalittici. Ce ne sono anche di meditati e razionalmente fondati, anche se non è detto che siano innocui. Tra questi si annovera certamente il saggio di Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, uscito qualche mese fa presso l’editore Laterza e salutato da pressoché unanimi benevolissime recensioni. Provate però anche soltanto a scorrere le poche righe di presentazione, qui,  e subito incappate negli ingredienti di cui ho detto. Vi si sostiene, appunto, che la scuola avrebbe scelto la via dei tablet e dunque dell’allontanamento dalla lettura (due assunzioni indimostrate) e che il buon senso sconsiglierebbe di farlo (così siamo a tre). Comunque, non si può non convenire: il tablet non è la soluzione dei problemi scolastici (anche se potrebbe portare sollievo alle spese scolastiche delle famiglie, ma questo è un altro discorso, che in quel contesto non ha il rilievo che invece meriterebbe), e qualunque individuo di buona fede, che non sia mosso da interessi, sarebbe  in grado di capirlo autonomamente. Non è dunque qui che sta l’insidia, ma nella duplice associazione, su cui tutto il ragionamento poggia, che lega da un lato  libro e spazio mentale protetto, e dall’altro tablet e spazio mentale aperto. C’è bisogno di aggiungere che protezione è bene e apertura è non bene? A farla breve, chi legge (studia) un testo nella versione cartacea non sarebbe indotto a uscirne, chi invece lo stesso testo lo legga con un software di lettura ospitato nel tablet troverà a portata di dito la perversa distrazione (ovvero la cattiva compagnia) della rete, del videogioco, del filmato, ecc.

Due appunti potrebbero essere mossi a questo proposito ma, per quanto ho letto fin qui a proposito del saggio di Casati e di ciò che vi si sostiene in relazione ai problemi della scuola, mi sembra che non ci si sia messi nelle condizioni di formularli.

Il primo appunto riguarda l’identificazione tra sapere scolastico e sapere scrittorio, che si dà per scontata. Il fatto che questo principio sia tuttora in vigore non deve far dimenticare che esso è coerente con un assetto societario (ottocentesco) che non esiste più (fortunatamente!) e con un sistema di formazione (aristocratico) che (purtroppo) esiste ancora in molte realtà e molte coscienze, anche se non corrisponde più a ciò che è e vuole il mondo. In base a questo modello al vertice del sapere e del saper comunicare c’è la dimensione letteraria, anzi storico/letteraria, e a quello del sapere e saper ragionare c’è la dimensione filosofica, anzi storico/filosofica: da simili vertici tutta la piramide del sapere scolastico risulta condizionata, per inclusione ed esclusione, sempre restando all’interno di un’enciclopedia scrittoria.  Va sans dire che escludere dai saperi fondanti la scuola l’universo dei suoni e delle musiche e quello delle immagini artistiche (per non dire dei territori e delle urbanizzazioni) significa, per noi italiani, esercitare un raffinato esercizio di masochismo, tanto più ora, che lo sviluppo della multimedialità digitale, con le caratteristiche di usabilità e portabilità che le sono proprie (e che i tablet esaltano), permette di compiere e far compiere operazioni di raffinata concettualizzazione anche senza dover ricorrere alla mediazione della parola. Sicché l’italico bravo scolaro (ma ce ne sono ancora?) sa qualcosa di Torquato Tasso e al limite conosce pure il nome di Giambattista Marino ma è totalmente ignaro di come dei testi dell’uno e dell’altro viaggino tuttora per l’intero mondo, sostenuti dalle musiche composte da un signore, Claudio Monteverdi, del tutto dimenticato dalla manualistica scolastica, che fu, con altri, padre di un’arte (il melodramma) d’italica matrice e intessuta d’italico idioma quant’altre mai (a scuola e università piacendo). Oppure, sempre a lui povero e bravo studente toccano gli inni sacri di Alessandro Manzoni ma non il Requiem di Giuseppe Verdi … e meno male, per riprendere un’antica battuta, che Manzoni è morto prima, ché se fosse morto dopo Verdi, al nostro ipotetico malcapitato studente toccherebbe in lettura un altro inno sacro!

Insomma, qui in gioco c’è una questione di fondo su che cosa è cultura: inutile che giochiamo con le parole e ci illudiamo con espressioni tipo “pari dignità”, tuttora ciò che è scritto e stampato è associato a sapere legittimo, mentre non lo è (o lo è in misura inferiore) ciò che fa ricorso ad altri linguaggi, come quelli dei suoni e delle immagini: un atteggiamento che ha portato al paradosso di espungere la componente multimediale delle immagini dai Promessi Sposi scolastici, come ricorda Ornella Martini in un post di qualche tempo fa, evidentemente considerata elemento di distrazione (e non di arricchimento del testo, come intendeva Manzoni: vi ricorda qualcosa?).

inizioIl secondo appunto mira a insidiare l’associazione tra apertura e distrazione. Chi l’ha detto che disporre della rete, dei suoni e delle immagini, avere tutte queste opportunità a portata di mano dentro lo stesso dispositivo significhi un impoverimento della lettura? Lo dice l’editore tipo, e nessuno colpevolmente obietta, nemmeno tra i liberi intellettuali. E lo conferma lo stesso editore tipo che, se si occupa di musiche cerca  meritevolmente di metterti nelle condizioni di ascoltare ciò di cui stai leggendo ma assai poco meritevolmente lo fa costringendoti ad avere la carta come base. E così, per citare un esempio recentissimo, una peraltro pregevole operazione di divulgazione della tetralogia di Richard Wagner (Gaston Fournier Facio – Alessandro Gamba, L’inizio e la fine del mondo. Nuova guida al Ring di Richard Wagner, Milano, Il Saggiatore, 2013) mette il lettore nelle condizioni di ascoltare decine e decine di brani musicali man mano che questi vengono discussi nel testo, ma lo fa ricorrendo alla macchinosa procedura del QR-Code, soluzione che costringe il povero utente ad usare contemporaneamente due dispositivi, il libro e il cellulare, e a compiere macchinose entrate e uscite dalla rete; quando invece una versione digitale, usata con un tablet, permetterebbe una ben più agevole e fruttuosa navigazione del testo scritto e, tramite link contestuali, dei relativi apparati musicali. Mettere in discussione il rapporto fra apertura e distrazione potrebbe significare, allora, intendere l’apertura del digitale e della rete come occasione di reale arricchimento del testo (così m’è capitato di sostenere in un recente seminario dedicato a università ed editoria). Par giusto chiosare che su questo l’italico editore fa orecchie da (non) mercante.

morraConcludo con un cenno a ciò che impegna noi del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive. Da un quarto di secolo, ormai, prestiamo attenzione cotante al tema del rapporto tra formazione e tecnologia, ma, si badi bene, lo facciamo non solo (e forse nemmeno tanto) in una chiave di osservazione e analisi, quanto (e soprattutto) secondo un’ottica di produzione e di messa alla prova di prototipi. Aderendo ad un approccio di sana artigianalità (prospettiva che lo sviluppo del digitale è andato sempre più confermando) ci siamo via via impegnati a organizzare e impaginare fascicoli, libri e riviste, a realizzare audio e videocassette, a comporre cd-rom, infine a organizzare siti: tutte soluzioni che abbiamo messo a punto e praticato negli anni della grande fortuna dei corsi di perfezionamento a distanza e poi dei master online. Ecco perché ci sentiamo fortemente proiettati ad esplorare, ora, le prospettive dell’editoria digitale, intendendole come occasioni di ulteriore sviluppo dell’alleanza fra innovazione tecnologica e innovazione culturale e didattica. Non a caso abbiamo dato vita, con l’editore Garamond, a due collane di ebook, una destinata alla scuola (5 cose su)  l’altra all’università (Studiodigitale) e, personalmente, ho anche pubblicato, sempre in esclusiva versione digitale, Immobile scuola e Pedagogia della morte. Non a caso abbiamo appena varato una terza collana (#graffi), in condizione di totale self publishing tramite Narcissus.me, con il testo di Grazia Morra, Sentire le immagini.

Insomma, potendo scegliere preferiamo stare dalla parte dei coloni piuttosto che da quella dei Soloni.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 luglio 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , .

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