Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Web e democrazia

di Mario Pireddu

Lunedì scorso ho assistito al seminario di studi “Web e democrazia” organizzato dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e dal Politecnico di Milano, e tenutosi presso la sede della Treccani in piazza dell’Enciclopedia a Roma. Tra i relatori Mario Abis, Giuliano Noci, Alberto Abruzzese, Juan Carlos De Martin, Mauro Magatti, Gianluca Nicoletti, Antonio Polito, Stefano Rodotà, Giuliano Amato.

L’incontro è iniziato con la presentazione di una ricerca a cura del Politecnico, con relazioni di Mario Abis e Giuliano Noci. Non mi soffermo sugli esiti della ricerca perché in realtà, almeno per chi studia i cambiamenti culturali e tecnologici connessi alla proliferazione delle reti, si tratta di cose note da tempo. Con termini peraltro non del tutto condivisibili, si è parlato di passaggio dalla “società della comunicazione” alla “società della convergenza”; del ruolo attivo e interattivo dei soggetti della comunicazione (definiti “individui”); delle nuove dimensioni dei processi di costruzione di significati; della distinzione tra “l’1% di arrabbiati” che commentano in rete e il restante 9% di partecipanti deboli e 90% di meri osservatori. Si è parlato anche del problema delle “informazioni false” che circolano in rete con estrema facilità e rapidità.

Alberto Abruzzese ha cercato di introdurre nel dibattito il tema della sostenibilità della democrazia e dei suoi apparati in una società che sempre più è una società in rete (oltre a uno spunto interessante sul rapporto tra potere e potenza, ripreso solo in parte e in altro modo da uno dei relatori). La domanda cruciale per Abruzzese è se ha ancora senso provare a ritoccare le istituzioni democratiche senza intervenire radicalmente sul loro stesso destino e sulla loro funzione sociale (etica, normativa, etc.).

Juan Carlos de Martin ha ricordato che gli ambienti di rete offrono possibilità (con Shirky potremmo definirli “tecnologie abilitanti”), e che il “falso” e il problema della verifica delle fonti esistevano anche con la stampa, sin dall’inizio. Verso la rete c’è la tendenza a sottolineare quasi unicamente i limiti e le criticità – e praticamente a priori – sia da destra che da sinistra. Anche la proposta di una nuova legge “ammazzablog” di questi giorni, in effetti, lo dimostra chiaramente. De Martin ha sottolineato giustamente anche come in rete non ci sia solo l’1% di “arrabbiati”: tra coloro che commentano e discutono ci sono anche persone che creano dibattito costruttivo, che contribuiscono con riflessioni, proposte e analisi, etc. Per De Martin esistono in sostanza cinque poli di riferimento nel dibattito attuale: lo status quo (con relativa reazione negativa al potenziale positivo del web); la “anarchia” (e dunque la rete come opportunità di realizzare un sogno già noto: “né con lo Stato né con il Mercato”); la democrazia forte e continua (posizione dello stesso De Martin e di Rodotà); il potere statale forte (Cina e autoritarismo, ma anche sorveglianza “democratica” come PRISM etc.); il settarismo (Al Qaeda e altri gruppi fondamentalisti, etc). Da questo punto di vista, è possibile parlare di una cultura della rete come “controcultura”: forte radice individuale e aggregazione sociale issue per issue. Qual è quindi il futuro? Definito dal codice, sarà il risultato dello scontro tra le forze in gioco.

Gian Luca Nicoletti ha ricordato come Grillo abbia di fatto sfruttato l’ignoranza della classe politica in fatto di rete, e che i “veri utenti della rete” sono quelli che incorporano le periferiche in modo naturale, senza porsi problemi culturali: la rivoluzione della rete è pop.

Antonio Polito ha iniziato il suo intervento affermando che “non esiste democrazia fondata sul web” (e citando lo scrittore Jonathan Safran Froer, sul tema “il web rende più soli…?”). Il giornalista ha rimarcato che il web è conversazione, e questa è nemica dell’informazione: la conversazione è infatti approssimativa (non che l’informazione invece non lo sia, si potrebbe rispondere). La domanda qui è: come si arriva dalla conversazione alla deliberazione? Non è vero, ha detto Polito, che la rete non ama il leaderismo, perché al contrario la rete spinge e amplifica il leaderismo. In realtà la visione di Polito appare viziata dalla prospettiva italiana (su tutti il caso Grillo-M5S), ma andrebbe ricordato che la maggior parte dei movimenti nati in rete negli ultimi anni – dalla Spagna al Nord Africa fino alla Turchia e al Brasile – non ha “leader” nel senso classico del termine (qui Massimo Di Felice della Università di San Paolo parla delle recenti manifestazioni brasiliane). Polito ha ricordato, qui invece correttamente, che le differenze tra l’1%-9% che partecipa in diversa misura al dibattito e alla costruzione di una “sfera pubblica” e il restante 90% sono ben conosciute anche offline, fuori dalla rete (e d’altronde, aggiungo io, sarebbe bastato dare un’occhiata ai relatori dello stesso seminario per rendersene conto). Ad ogni modo, ha concluso Polito, “il web non può essere considerato la nuova volontà generale”.

Stefano Rodotà, che su web e democrazia scrive e lavora da anni, è partito da una constatazione: a lungo il web è stato descritto come “potenziale soccorso” per una democrazia dolorante. Per fortuna è sempre meno così, secondo Rodotà, che ha posto una domanda: che cosa intendiamo dire con la parola democrazia? Usare parole antiche (“democrazia diretta”) è ormai poco utile, e inoltre occorre riconsiderare il grande problema del “silenzio della democrazia”, ovvero gli anni di passività dell’elettorato tra una elezione e l’altra. Ora si configura una reale fine dell’intermittenza, ma tutto è iniziato a Seattle nel 1999: lì la manifestazione fu di fatto organizzata in rete. L’impatto politico ha seguito un percorso noto: le persone convocate in rete sono scese in strada e in seguito i giornali e la tv ne hanno parlato. Oggi le piazze svuotate dalla tv sono state ri-riempite dal web, e grazie alla rete torna centrale l’elemento relazionale. Politica in rete significa trasformazione profonda, ma non nasce dal nulla e ha i suoi prodromi (per esempio il “caseggiato” nelle elezioni tradizionali). Un altro problema è quello della mobilitazione per issues: esiste oggi una continuità dei soggetti coinvolti? O si tratta di soggetti transitori? Da questo punto di vista, dice Rodotà, la definizione “individualismo di massa” di Castells) non convince del tutto ma aiuta comunque a capire che cosa sta succedendo.
Come fa spesso, Rodotà non ha dimenticato di sottolineare quel che definisce un fenomeno dai tratti inquietanti: la costruzione dell’identità personale in rete. Anche se su Google ci sono indicazioni esatte su una persona, ha ricordato, resta il problema di come sono state selezionate quelle informazioni. Il tracciamento di profili ora è legato non solo a ciò che è già avvenuto, ma sempre più a “quel che è probabile tu farai” (in altri termini, gli algoritmi entrano in relazione con la reputazione sociale e le aspettative). Se parliamo di intermediazione non possiamo non vedere che siamo davanti a soggetti dotati di enorme potere (Google, Facebook, etc), nuovi soggetti che fanno ancora una volta da intermediari, in modo inedito e potente. Sul “grande problema” della rappresentanza, il giurista ha evidenziato che la rete frammenta la società in individui, ma non è detto che offra effettiva capacità rappresentativa. Da qui il problema della partecipazione concreta: le insidie sono da una parte il mercato e dall’altra la logica securitaria (per esempio: dati raccolti da Google e Facebook e usati da NSA, CIA etc), e resta il problema ‘classico’ delle libertà fondamentali delle persone, anche in rete. Occorre guardare alla democrazia rappresentativa non come modello concluso definitivamente, ma come modello in continua metamorfosi che ora deve aprirsi alle potenzialità della rete secondo una molteplicità di forme. C’è necessità di (ri)legittimazione della democrazia rappresentativa (per esempio, riconsiderando il Trattato Europeo: si dovrebbe riflettere sul rapporto tra art 11 – democrazia rappresentativa – e art 12 – iniziative proposte dai cittadini europei, almeno un milione).

Il presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Giuliano Amato, infine, ha riportato il discorso al movimento fondato da Beppe Grillo: il M5S, ha detto Amato, lavora su piccoli numeri, facendo retorica del “Popolo della rete” come popolo italiano. Secondo Amato la democrazia rappresentativa deve incorporare nuovi processi in modo interattivo: il rappresentante deve interagire e sollecitare risposte anche sul territorio. C’è un rapporto tra online e offline, ma non c’è sostituto del parlarsi faccia a faccia (sic! …ancora una volta il “vuoi mettere?“). Non si possono prendere decisioni “in base al tono di voce”, ma è evidente l’enorme contributo che il web può dare alla democrazia”.

Insomma, si può concludere facendo notare che la regola dell’1% (principio di Pareto, curva di potenza, coda lunga, etc.), vale anche per questo seminario. A parte alcune riflessioni interessanti, il resto…

Qui l’intero seminario, dal canale Treccani su YouTube:

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Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

Un commento su “Web e democrazia

  1. ilblogdifabioargiolas
    28 giugno 2013

    L’ha ribloggato su Fabio Argiolas.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 giugno 2013 da in Uncategorized con tag , , , , .

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