Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

#leggeredigitale: che fare questo week end? spar(l)are

di Roberto Maragliano

“L’istruzione è la difesa civile ideale contro il fall out dei media. Sinora l’uomo occidentale non è stato educato o equipaggiato ad affrontare anche uno soltanto dei nuovi media nei termini che gli sono propri. L’uomo alfabeta di fronte alla foto o al cinema non soltanto è intorpidito e vago, ma accentua questa inettitudine con un atteggiamento di arroganza difensiva e di condiscendenza per la ‘sottocultura’ e per i ‘divertimenti di massa’. Fu con la stessa opacità del bulldog che nel Cinquecento i filosofi scolastici non seppero rispondere alla sfida del libro stampato. I nuovi media hanno sempre scavalcato e sommerso i diritti acquisiti del sapere ufficiale e della saggezza convenzionale”.

Queste cose Marshall McLuhan le scrive nel 1964 (ne Gli strumenti del comunicare), in piena era televisiva, a quattro anni dalla performance televisiva di Kennedy e Nixon (trent’anni prima della performance tv, per certi versi analoga, di Occhetto e Berlusconi, alla vigilia dell’era del web). Eppure siamo ancora lì, anzi qui a riconoscere che dei media che “scavalcano i diritti acquisiti del sapere ufficiale e della saggezza convenzionale” non solo non vogliamo sapere nulla (e allora becchiamoci il Berlusca a vita, senza lamentarci) ma pure ci vantiamo di questa nostra rinuncia. Perché qui da noi come si è fatto di tutto per non affrontare per il verso giusto il  tema della televisione, così ci si sta comportando a proposito del digitale, in particolare per le questioni che di fatto mette in gioco relativamente alla lettura. No, per nulla si discute delle trasformazioni in corso negli spazi e nei modi del leggere (come al contrario si fa qui). Quel che interessa è costruirsi un avversario, rappresentarselo come negatività assoluta rispetto all’esistente e vedere in quello la causa di tutti i mali. Non importa che in ragione della crisi in atto la gente compri meno libri, e lo faccia seguendo il nobile esempio dei nostri governatori che tanto risparmio hanno accumulato tagliando sulla cultura, importa dire che la colpa di tutto è del digitale. E ridirlo e riscriverlo costantemente, di modo che tutti si convincano delle gravi colpe degli ignoranti fannulloni frequentatori del web, emblemi delle versioni attuali della “sottocultura” e del “divertimento di massa”.

Meno male che a noi intellettuali seri resta un po’ di isola, di solida terraferma cui riparare. Soprattutto nelle feste comandate. Perché, con un ritardo di qualche decennio rispetto al modello anglosassone, lo sapete, pure in provincia è invalsa l’abitudine di aggiungere qualche pagina culturale ai quotidiani del week end, sì da consentire ai pochi superstiti dalla barbara invasione di passare qualche ora in serenità, macchiandosi le dita e profumandosi il capo di umore tipografico. Certo, di cultura praticata si parla poco, in quelle pagine, si parla molto, invece, di cultura depositata. Insomma, il loro modello di riferimento è quello del bollettino editoriale. Fin qui  nulla di male. Casomai, dispiace che poco si rifletta sulle arti non tipografiche, e che in un paese come il nostro, con le radici che sappiamo, poco spazio si dia al territorio, alla musica, all’arte visiva, al cinema, al design, pure alle tradizioni alimentari. Se si toccano questi argomenti è perché c’è un libro che li tratta e di quello si parla. Va beh, non potendo lasciare, prendiamo.
Ma perché dover sopportare, ad ogni occasione, e dunque tutti i sabati e le domeniche che il dio della stampa comanda, geremiadi sull’invadenza e i pericoli del digitale?

Prendete quest’ultimo fine settimana (11 e 12 maggio 2013). Per vostro comodo metto in sequenza un po’ di stralci, a dimostrazione di come possano fungere da sviluppi di un medesimo discorso. Non si direbbe, ma vengono da autori e articoli diversi. E pure da giornali diversi: di fatto, da tre dei quattro più diffusi a livello nazionale (il quarto è sportivo…). Se li leggete con attenzione, sarete esonerati dal misurarvi con le analoghe dosi che vi verranno proposte nei week end a venire. Dunque, coraggio.

“Dove sta la speranza in tutto questo? Soprattutto nella prova che qualunque adolescente molto creativo (o abbastanza sociopatico da starsene assiduamente incollato a un monitor) può realizzare una fortuna, che l’accessibilità a un ambiente globale, un ambiente anodino fatto di bit e righe di codice e dove tutti partiamo dallo stesso livello di ignoranza, fornisce una chance di successo a ognuno. È la versione accelerata, 2.0, del Sogno Americano … La proliferazione di tecnologie, la partecipazione e personalizzazione nonché la tanto sbandierata promiscuità delle fonti rischiano anzi di ingigantire quel mostro contro cui ogni reporter teme di schiantarsi: la bufala. Non basta. Le pillole di comunicazione via Twitter – tutta la verità in 140 battute – possono avvelenare non solo le news ma anche le opinioni. Il twittatore più salace non sarà preferito al più autorevole? L’opinione più gridata non metterà a tacere quella più sensata? Non sarà, insomma,la fine di quel pensiero mediano che gli anglosassoni chiamano common sense? … Il colonialismo digitale è un’ideologia che si riassume in un semplice principio, un condizionale. Se è possibile che una certa cosa o attività migri verso il digitale, allora deve migrare. I coloni digitali si adoperano per introdurre le nuove tecnologie in ogni settore della vita delle persone, dalla lettura al gioco, dal supporto alla decisione all’insegnamento, dalla comunicazione alla pianificazione, dalla costruzione di oggetti all’analisi medica; la tesi colonialista è data per scontata dai coloni, che ne apprezzano la semplicità: è assolutamente generale, dato che si applica a qualsiasi cosa o attività in modo indifferenziato. Chi si oppone al colono digitale viene rapidamente incasellato nella categoria dei luddisti, dei distruttori di macchine, di quelli che non sanno stare al passo con i tempi. Il dibattito, secondo i coloni, non dovrebbe neanche iniziare … La convinzione che questo libro [Perché la rete ci rende intelligenti, di Howard Rheingold] non è, in realtà, che la rete renda più intelligenti ma che renda più buoni, partecipi, felici e che favorisca una quantità di istanze sociali. A Rheingold importa poco che il web possa destabilizzare l’identità (il fenomeno dei fakes e dei furti di identitò), crei dipendenza, esalti il narcisismo del ‘l’ho scritto io’ e favorisca quella immane massa di detriti cosmici noti come ‘commenti’, per lo più perfide sciocchezze sgrammaticate. Il libro è animato da una sorta di quaccherismo digitale”.

Mi e vi fermo qui. Il bello di tutti questi pensieri militanti è che esprimono un sentimento comune, quello dell’ergersi a baluardo di difesa dello spirito nei confronti di un bieco accerchiamento di macchine e individui ciechi. Giocano in casa e fanno le vittime. La morale – mi perdonerete se ricorro ad un atto di colonialismo digitale – sta qui.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “#leggeredigitale: che fare questo week end? spar(l)are

  1. nicola
    17 maggio 2013

    Articolo molto interessante di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti grazie per lo spunto.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 maggio 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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