Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Passato (e futuro) del social reading

di Roberto Maragliano

Da più parti si discute di libri digitali, spesso proponendo nient’altro che stati umorali o giudizi taglienti quanto immotivati. La posta in gioco è elevata, sul piano economico certamente, ma ancora di più sul piano politico e culturale. C’è un forte bisogno di teoria, in proposito. Non sono temi, questi, che possono essere lasciati esclusivamente alla dimensione pratica o agli slogan commerciali. Le note seguenti provano a introdurre alcune concettualizzazioni di base.

Il libro e il testo

Cos’è che permette di attribuire a un manoscritto, una scrittura a stampa e un file di scrittura lo stesso attributo di “libro”? La presenza di un testo, cioè di un’unità linguistico-discorsiva di livello e dimensioni elevate, caratterizzata da forte coesione e strutturazione interna. Lo stesso testo può assumere la figura di una scrittura manuale, di una scrittura a stampa o di un file di scrittura, essendo comunque vissuto, da chi se ne serva, come “libro”. Ciononostante, all’interno di questa trilogia materiale ad una delle tre unità, quella centrale, è attribuito, almeno allo stato presente, un ruolo egemonico: è lei che satura e allo stesso tempo codifica buona parte della lingua e dell’immaginario cui si fa riferimento nel parlare di queste cose. Libro vale, insomma, come libro a stampa e agli altri termini si fa difficoltà a riconoscere lo statuto di libro.

Ma se si va un po’ più a fondo della questione e ci si misura con ciò che nella sostanza permette di riconoscere a tutte e tre le versioni materiali l’identità di libro, dunque il testo veicolato, si aprono interessanti prospettive di analisi che mettono in gioco non solo e non tanto i modi di produzione/veicolazione del testo stesso ma anche e soprattutto i modi e dunque le condizioni di ricezione ed uso.

Dal manoscritto alla stampa

old librarySul passaggio dal manoscritto alla stampa esiste ormai una ben vasta bibliografia, in ragione della quale è universalmente riconosciuta l’incidenza che la rivoluzione inavvertita di Gutenberg ha avuto sulla nascita delle figure moderne di autore, lettore, scienziato, mercante, e pure su quelle di personaggio, saggista, romanziere, per non dire di maestro e allievo. Se talora si torna su questo tema, anche in sede di confronto pubblico e non solo di ricerca specialistica, è perché il passaggio dalla stampa al digitale sta ponendo questioni non diverse, lo si voglia o no. Dunque, ha senso chiedersi non solo che cosa abbia comportato in termini di guadagno quella prima transizione, ma anche il tipo di sacrifico che abbia richiesto. È indubbio, infatti, che la riproduzione uno a uno realizzata dal copista e il controllo da questi esercitato sul testo riducano eventuali anomalie a casi singoli e che la ripresa successiva di tali anomalie si sviluppi per processi singoli. Non solo, tenendo conto di queste labili condizioni di produzione, il lettore è portato ad essere anche interprete del libro manoscritto; tale elemento, associato ai tassi fortemente limitati di sviluppo dell’alfabetismo nei tempi che precedono l’avvento della stampa, fa del lettore un attore/mediatore e della condizione di lettura uno spazio di ascolto e di possibile interazione di gruppo. Con la produzione industriale del libro a stampa, non solo il giusto ma anche l’errore testuale assumono dimensioni univoche e massicce. E il lettore, se per un verso trae guadagno dall’aumento così elevato delle condizioni di circolazione e messa a disposizione dei testi, per un altro verso, posto di fronte a un prodotto finito e materialmente immodificabile e sancita una sua condizione di isolamento protettivo (garanzia di un colloquio silente con la dimensione virtuale del testo), perde via via traccia e consapevolezza sia degli elementi di labilità comunque connessi alla sua realizzazione sia della componente di confronto e discussione costitutiva delle prestazioni di lettura. Per effetto di un simile processo, cade drasticamente (ma non definitivamente) la componente sociale del leggere, e non è un caso che l’immagine che meglio rappresenta la dedizione alla pratica moderna della lettura sia quella di una sala di biblioteca, dove la collettività è data dalla somma di singole monadi di lettura, ciascuna isolata dall’altra, e la socialità risulta rigorosamente confinata alle zone limitrofe.

Dalla stampa al digitale

eBookCon il passaggio al testo digitale, fenomeno di cui stiamo provando i primi effetti, ancora tenui ma peraltro già significativi, tornano alla luce i temi che l’egemonia materiale ed ideologica del libro stampato, prolungatasi pressoché incontrastata per un mezzo millennio, ha tenuto in una zona d’ombra. Non è un caso dunque che la questione sia fortemente dibattuta, in molteplici sedi. Piuttosto è da notare che, per effetto dell’egemonia di cui ho appena detto, buona parte delle voci che si fanno sentire, soprattutto nel nostro paese, sono espressione, consapevole o no poco importa, di una diffusa resistenza ad affrontare la sostanza delle questioni in gioco e della conseguente difesa di ufficio di un approccio che fa surrettiziamente coincidere testo e libro con stampa. Di lì la tendenza a rappresentarsi e rappresentare tale passaggio sotto l’insegna di un qualcosa che viene irrimediabilmente a mancare. Una perdita, dunque, soprattutto di materialità. È l’oggetto fisico che scompare, diventando invisibile e incommensurabile, e con ciò, si ritiene, scompaiono le condizioni stesse dell’apprezzamento e dell’intervento personali. Il libro digitale non lo si tocca, non lo si consuma, non lo si odora, non è dunque libro, così dicono in molti. E poi, in ragione delle caratteristiche del digitale, che fanno sì che ogni suo utente sia proprietario di un mezzo di riproduzione (non c’è dispositivo che non incorpori la funzione di “copia”) e che dunque minano alla radice la prerogativa su cui si fonda l’industria del libro, viene inteso come a rischio di scomparsa il sistema di sicurezza che fin qui ha garantito il rispetto dei diritti economici e morali di autore, editore, distributore, commerciante. Insomma, ciò che viene prospettato ha la figura di un salto nel buio. Corollario di tutto ciò è allora una raffigurazione della crisi del libro a stampa dove il tema si intreccia intimamente con la crisi della lettura, della scuola, della cultura.

Il ritorno del social reading

Nella prospettiva che sto qui proponendo non ci sarebbero solo tenebre. Al contrario, il passaggio alla testualità digitale porterebbe luce sulla zona che il potere del libro a stampa ha tenuto al buio. Fermo restando che le condizioni di produzione, riproduzione, diffusione e accesso garantite dal digitale e dalla rete sono incomparabili con quelle precedenti e che dunque è necessario trovare e consolidare al più presto nuove modalità di garanzia dei diritti autoriali ed editoriali (cosa che è avvenuta proficuamente in ambito musicale e comincia a maturare in ambito cinematografico), è opportuno, anzi necessario, trovare uno spazio di analisi che, sfuggendo alle insidie di uno schema ormai usurato come quello che contrappone gli apocalittici agli integrati, permetta di individuare ciò che il passaggio al digitale permette di acquisire o anche di recuperare.

Tra questi elementi ce n’è uno che, una volta che fosse garantito e autorevolmente proposto, porterebbe a un cambio dei connotati della lettura ben più profondo di quanto non assicurino già ora, per effetto del digitale e della rete, la velocità e la funzionalità dell’accesso ai testi. È il tema della lettura sociale. In un ambiente di rete il testo può essere postillato e dunque commentato dal singolo lettore, e tali interventi possono essere resi di pubblico dominio. Ciò comporta una serie di importanti conseguenze: il lettore ma anche l’autore escono dal loro isolamento e interloquiscono tra di loro, la lettura assume connotati comunitari, l’interazione sul testo e tra i testi assume la configurazione di un servizio, i prodotti su cui operare si mondanizzano e guadagnano in termini di democrazia del leggere (e dello scrivere) quel che sacrificano in termini di sacralità e autorità del pubblicare, la testualità stessa si carica di elementi di processualità.

Se ci si dispone ad interpretare l’attuale fasi di crisi della cultura e della scuola come lo specchio e anche il prodotto dell’affermarsi dei nuovi regimi della comunicazione non si può restare indifferenti alle opportunità nuove ma allo stesso tempo assai antiche che si aprono per le sorti attuali e future della lettura.

Un commento su “Passato (e futuro) del social reading

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Questa voce è stata pubblicata il 4 aprile 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , .

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