Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Rivedere la scuola

di Roberto Maragliano

Passata sotto silenzio, l’intervista di Antonio Gnoli a Franco Ferrarotti, pubblicata a fine gennaio 2013 su Repubblica, merita di essere letta e riletta. Sta qui.
Non c’è che dire, sotto gli sferzanti strali del decano della sociologia nazionale pochi tra i grandi e riveritissimi nomi della hit parade intellettuale si salvano, o meglio ne esce indenne solo uno, Marshall McLuhan, riconosciuto come “grande pensatore rivoluzionario, per niente legato al canone della tradizione” , e le cui analisi “seppellirono la figura dell’intellettuale umanista”.
Del resto, se ci si prova, o riprova, a leggere McLuhan, se dunque ci si impegna a superare le immagini di comodo che circolano su di lui, pensatore quant’altri mai scomodo, non si può non riconoscere che la figura stessa del McLuhan studioso e personaggio non corrisponde per niente a quella tradizionale del docente e dell’accademico, tantomeno ai bozzettistici profili che circolano. Ciò vale sia per quel che dice sia per come lo dice , forse anche in riferimento al perché lo dice.
lambertiOccorre riandare, allora, a McLuhan, e impegnarsi a rileggerlo, anche nella chiave della nostra Elena Lamberti, che in un importante saggio  di cui speriamo di avere presto la versione italiana, indaga le origini letterarie e artistiche di un pensiero orientato a cogliere nei media le matrici dell’esperienza.
Tanto più è urgente farlo ora che non pochi osservatori della profonda crisi in atto nelle istituzioni scolastiche e universitarie si ostinano a proporre schemi da “intellettuali umanisti” e non da “pensatori rivoluzionari”, rispondenti dunque ad un approccio autoreferenziale e, inevitabilmente, autoritario (come denuncia Antonio Saccoccio nel suo blog, giustamente titolato Descolarizzazione). E sì che, nelle radici di tanta parte della cultura scolastica per così dire progressista c’è stata e ha fruttato, per molto tempo, una vivace componente antistituzionale, che aiutava a cogliere nella crisi di scuola e università processi di portata generale, sia in chiave sociale sia in chiave culturale: gli stessi che troviamo nei cenni che lo stesso McLuhan dedica alla questione pedagogica nella celebre intervista a Playboy del 1969.
Bastano pochi cenni: le scuole attuali, “che non sono altro che istituti penali intellettuali”; una situazione generale che fa pensare che  “la minore educazione è la migliore educazione, poiché solo poche piccole menti riescono a sopravvivere alle torture intellettuali del nostro sistema educativo”; la prospettiva di cogliere nella “’immagine a mosaico dello schermo televisivo [oggi diremmo dello schermo del pc]  una simultaneità e una presenza profondamente coinvolgenti …ciò che porta a disdegnare i lontani obiettivi … del sistema educativo tradizionale in quanto irreali, irrilevanti e puerili”; per non dire dell’altro problema fondamentale nelle nostre scuole, dove “c’è semplicemente troppo da imparare secondo il metodo analitico tradizionale”, per cui si dovrebbe “ricominciare da capo, con nuove tecniche e nuovi valori”.
Ce n’è abbastanza, io credo, per capire che da quella situazione non stiamo uscendo e che, anzi, molti continuano a proporre come medicina la malattia stessa della scuola.
Com’è che si è arrivati a questo? Quando e come al punto di vista dell’apprendimento, nella pedagogia progressista, si è sostituito il punto di vista dell’insegnamento, perdipiù conformistico?
Sono temi che meriterebbero di essere indagati. Per parte mia, tutte le volte che mi è stato possibile farlo, di questa degenerazione ho dato analisi e interpretazioni (basti questo esempio).
Sarebbe dunque il caso di sviluppare una discussione seria sul senso della scuola, anche a partire da pensieri divergenti, ma ahimè su questo come su tanti altri argomenti domina ancora, almeno da noi, l’abitudine a presentare il pensiero conformistico come emblema di criticità.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 marzo 2013 da in Uncategorized con tag , , , , .

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