Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La colpa è di Calvino

di Roberto Maragliano

Da qualche tempo gira in rete, tra gli addetti ai lavori, un bell’articolo di Valerio Capasa, docente di materie letterarie ai licei. Il tema e il taglio sono stuzzicanti. Vediamo prima il contesto in cui si colloca. Tanti dei nostri laudatori dei tempi passati sostengono, dalle colonne dei giornali e dalle poltrone dei talk show televisivi, che se nelle nostre scuole non si promuove cultura letteraria è perché gli studenti di oggi, tutti digitalizzati e dunque traviati, non trovano più gusto nella lettura, o perché gli insegnanti di oggi, tutti irretiti dai pedagogisti, hanno abbandonato l’idea che lo studio delle cose serie sia una cosa seria. Valerio Capasa non è di quest’idea, ritiene invece che tra le cause della crisi, perché indubbiamente la crisi c’è, ci sia un “metodo scolastico di leggere “ che produce disappetenza e rifiuto. Per capirci, è il metodo che, nel far piazza pulita di ogni istanza di immedesimazione e partecipazione, produce un drastico e definitivo allontanamento del lettore dal testo, o che tutt’al più usa il testo come pretesto per far passare un profluvio di inutili informazioni.
Concordo e ricordo.
Vi prego, leggete queste poche righe:

…l’approccio del giovane alla dimensione letteraria dovrebbe essere sviluppato secondo le caratteristiche di una pratica di lettura disinteressata, libera, avventurosa. La lettura va intesa e sollecitata come emozione immediata e come bisogno-piacere inesauribile, come scoperta di un libro e continua ricerca di altri libri, come esperienza che può sembrare irripetibile e che può invece durare all’infinito, e perciò anche come uso imprevedibile e imponderabile dei testi. La didattica, anche con la sua strumentazione storica, critica, filologica, dovrebbe tendere a questo risultato, svolgendo un ruolo ausiliario e ritirandosi al momento opportuno. Dovrebbe inoltre saper integrare l’esperienza tradizionale del lettore ‘catturato’ dal testo, e l’esperienza moderna del lettore partecipe e cooperante, del lettore-lettore e del lettore-autore.

Il brano fa parte di un documento ministeriale di sedici anni fa, ancora rintracciabile in rete. Se lo ripropongo qui non è per intonare il solito e insopportabile ritornello del “noi l’avevamo detto prima di voi”: mille cose che si dicono oggi sono state dette prima e se nessuno se n’è accorto allora evidentemente è perché prima sono state dette male, dunque in tempi e modi poco adeguati. Visto che ci sono, però, val la pena di aggiungere qualcosa, a proposito di quel documento e della sua ricezione, in particolare per il passo sulla letteratura, quello che avete letto.

Eravamo alla fine di un lavoro, quello della commissione impropriamente detta “dei saggi”, il cui compito, non da tutti i componenti adeguatamente compreso, era di individuare quelli che avrebbero dovuto essere i nuclei e le aggregazioni di sapere irrinunciabili per una scuola in trasformazione. Allora la rete era ai primi passi, almeno da noi, dunque a fare opinione erano soprattutto i giornali. E lì si discusse molto del compito e dei risultatii della commissione. Indipendentemente dal fatto che la sintesi dei lavori, a cura del coordinatore del gruppo, venne resa rapidamente di dominio pubblico e che subito dopo si pubblicarono tutti gli atti (caso unico), ci si concentrò soprattutto sui “si dice”. Poiché il coordinatore era pedagogista (primo peccato) e poiché si interessava di tecnologie (secondo gravissimo peccato) era giocoforza accusarlo, e assieme a lui accusare commissione e ministro, di voler abolire i contenuti, in favore delle macchinette (niente di nuovo oggi, vedete?).

giornali2Accontentatevi di un esempio. A metà novembre del 1997, dunque a sei mesi dalla pubblicazione del documento (e anche degli atti, che il sito di Repubblica propose scaricabili nell’originale versione ipertestuale), il domenicale de “Il Sole 24 Ore” uscì in prima pagina con un lungo e autorevole articolo che recava il sopratitolo e il titolo che qui di seguito riporto: “Il Ministro Berlinguer vorrebbe ridurre l’insegnamento dei classici italiani, l’Oriente invece li diffonde come best seller”, “Manzoni esiliato in Giappone”.
Mi e vi chiedo, ora. Da dove si sarà mai ricavata quell’informazione? E da dove l’associazione di Italianisti, riunitasi un mese dopo, anche in presenza del Ministro, avrà mai potuto ricavare l’idea che portò uno di loro a scrivere per il “Corriere della Sera” il pezzo titolato “Per favore, non uccidete la letteratura”? Ben più corretto, negli stessi giorni, il pezzo su “l’Unità” di un autore di manuale letterario (come del resto gli altri): “Non cancellate la storia della letteratura”.
Permettetemi di darvi ancora un di più di informazione per poi passare alle tre riflessioni morali (e politiche). Il plus è questo. Nella commissione, l’unico che potesse dire qualcosa a proposito della letteratura, Antonio Tabucchi, non partecipò ai lavori. Dunque mi ritrovai, a ridosso della stesura della sintesi, con la necessità di scrivere qualcosa in proposito, che non tradisse le cose che ci eravamo detti nel corso delle riunioni e che avevano permesso di chiarire adeguatamente la questione della lingua scritta. Chiesi un parere ad un collega di quel settore disciplinare, molto poco accademico, però. Dalla paginetta di appunti che mi propose ricavai la frase su riportata che, una volta, sottoposta all’approvazione della commissione, rientrò nel documento finale. E che trovò pronti gli strali degli esperti. Pochi giorni dopo l’amico mi fece notare che la frase era stata ricalcata pari pari su Italo Calvino.

Le tre morali promesse:
– non pensiate che le cose sono andate come sono andate, cioè non bene per la scuola, perché abbiamo avuto dei cattivi ministri; pure gli intellettuali e gli accademici, gli uni e gli altri sostenuti dalle industrie editoriali, ci hanno messo la loro; e continuano a mettercela;
– non pensiate che la politica a suon di slogan sia una degenerazione populistica dell’oggi; ha invece radici profonde; se c’è piaciuta ieri, perché mai dovrebbe dispiacerci oggi?
– non pensiate che sono solo i ragazzi a non voler leggere; pure quelli che li rimproverano spesso non leggono, o, se leggono, leggono male.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

2 commenti su “La colpa è di Calvino

  1. Roberto Maragliano
    10 febbraio 2013

    Sul tema, l’articolo Superficialmente colti, di Claudio Giunta, dal domenicale del Sole: http://bit.ly/Y2NLQr

    • ornellamartini
      12 febbraio 2013

      Commento intanto da qui, per poi tornare alla mia lettura “de-scuolizzata” de “I Promessi Sposi”. Al momento ho soltanto due piccolissime considerazioni da fare: una è che è verissimo che i primi a non leggere e a non amare la lettura per passione sono gli adulti, molti prof compresi. A mia figlia e a tutta la classe la prof ha dato come compito la lettura a spizzichi e a bocconi de I Promessi di ordinanza (siamo in terza media) commentando al tempo stesso: “lo so, sono molto noiosi”, come a dire: “Che ci posso fare io?”. E non posso evitare di pensare che tutti gli inglesi continuano a leggere dopo duecento anni Orgoglio e pregiudizio che, nell’ordine delle preferenze delle letture più amate, viene dopo soltanto a Il Signore degli anelli.
      La seconda piccolissima considerazione è che sto continuando la lettura de I Promessi Sposi liberati dal peso insostenibile della scuola, ciò vuol dire semplicemente che ho preso in mano una delle edizioni, copia anastatica dell’edizione pensata dall’autore nel 1840, e la leggo come un libro normale, come un romanzo cioè; così riesco a leggerne dei capitoli a mia figlia e riesco ad ottenere che, almeno, legga i suoi spizzichi e bocconi sull’edizione pensata da Manzoni, quella con le figure, e non sul suo orrendo libro di, la chiamano così e pensano che sia una materia, “Letteratura”. Subito dopo aver finito con Manzoni rileggerò “Ivanhoe”, per vedere che effetto fa leggere il romanzo che ha contribuito ad ispirare a Manzoni il suo come grande affresco storico e culturale, Provvidenza a parte.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 febbraio 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , .

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