Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Il valore di una giornata della Memoria

di Andrea Patassini

800px-Stroop_Report_-_Warsaw_Ghetto_Uprising_06bNel maggio del 1943 Jürgen Stroop, comandante delle SS e della polizia del distretto di Varsavia, inviò ai suoi superiori un rapporto conosciuto come il rapporto Stroop, intitolato “Il ghetto di Varsavia non esiste più”. In 75 pagine veniva descritto e illustrato con un numero considerevole di fotografie la liquidazione del ghetto di Varsavia da parte delle truppe naziste. Un orrore lucidamente decritto nei dettagli. Scampato alla distruzione, il rapporto rappresenta un’importante fonte storica che testimonia uno degli episodi riguardanti l’Olocausto. Le fotografie raccolte nel rapporto Stroop descrivono lo sfollamento degli ebrei e la distruzione degli edifici e dei luoghi di preghiera del ghetto. Tra queste è presente la famosissima foto del bambino del ghetto. Un bambino con le mani in segno di arresa è intento a lasciare probabilmente la sua abitazione insieme a tanti altri ebrei. Il volto del bambino descrive la tensione e il terrore di quei momenti, stati d’animo ribaditi e amplificati dai gesti e dalle espressioni degli altri ebrei fatti sfollare a forza. La posizione del bambino, rispetto a quella degli altri presenti, lo porta ad essere elemento unico, soggetto a sé, ciò comporta significati emotivi e allo stesso pratici per quella che sarà la sua futura popolarità. L’elemento emotivo è dato dal distacco del bambino rispetto al resto del gruppo, quella posizione autonoma evidenzia ancor di più il sentirsi indifesi, non protetti dalla devastazione che sta per accanirsi sugli ebrei spaventati e incapaci di reagire in quel momento alla violenza di quegli istanti. Infine quella posizione del bambino, all’interno della fotografia, determina in termini pratici e grafici una più facile estrazione della sua figura rispetto al contesto che la circonda.

Frédéric Rousseau racconta nel suo saggio Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia le incursioni in diversi contesti di quell’immagine, in particolare della sola figura del bambino. L’autore ripercorre le dinamiche che hanno determinato lo scollamento dal suo contesto storico di origine. La figura del bambino nel corso della sua diffusione ha mutato il suo significato, il suo ruolo: da segno evidente e terrificante delle devastazioni compiute nel ghetto di Varsavia da parte dei nazisti, è diventato rappresentante della persecuzione degli ebrei nell’Europa del Novecento, fino a giungere ad un vero e proprio affrancamento da tutto ciò diventando espressione di una sovraesposizione memoriale a discapito della conoscenza storica.

Pochi giorni fa (23/01/2012) è apparsa su La Stampa un’interessante intervista a Georges Bensoussan, storico e responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, dove l’intervistato ha evidenziato alcune problematiche relative al valore della commemorazione della Shoah e alle pratiche adottate al fine di tutelare la memoria.

La memoria non è la storia, è una religione. E non serve a ricordare, ma a dimenticare, perché è fatalmente selettiva. Per questo lo storico è disincantato e deve esserlo.

E poi riguardo alla Shoah:

Se ne parla troppo perché se ne parla male. Cioè se ne parla in maniera compassionevole per le vittime, mentre la Shoah è un’enorme questione politica e antropologica. Politica, perché pone il problema di come un popolo civilizzato abbia scientemente deciso di eliminarne un altro. Antropologica, perché rappresenta una cesura, una rottura nella civiltà occidentale.

Per Bensoussan la sovraesposizione mediatica della Shoah determina una saturazione della memoria a discapito della complessità storica e della ricchezza documentativa. Ci troviamo in una fase nuova, quella dove i testimoni sono per la maggior parte scomparsi lasciando quindi il valore storico in mano prevalentemente ai documenti, alla ricostruzione storica sull’Olocausto. Le dinamiche commemorative rischiano di raccontare e descrivere la Shoah come una sorta di male assoluto modificando il contorno storico, le identità delle vittime e quelle dei loro carnefici, le logiche che hanno dato vita a quei processi di sterminio e che hanno caratteristiche di unicità per il Novecento europeo. In sostanza il rischio, indicato già da Rousseau e Bensoussan, è quello di dover assistere ad un confronto tra il bene e il male a discapito della dimensione storica.

Probabilmente dovremmo ragionare su come mettere a punto gli strumenti che abbiamo a disposizione per far sì che i valori storici della Shoah possano essere espressi nella loro dimensione storica, a partire dalla didattica e dal confronto a scuola su un tema come quello della Shoah. Nella intervista già citata, Georges Bensoussan descrive il perché mosse una dura critica alla proposta dell’ex presidente francese Sarkozy che chiedeva ad ogni bambino francese di ricostruire la storia di un bambino ebreo deportato.

Semplicemente, da storico ho fatto presente che l’idea era benintenzionata ma assurda. Non si può insegnare la Shoah ai bambini, non si può mostrare loro Treblinka. Perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli. Si può, anzi si deve, insegnare loro cosa c’è intorno alla Shoah, cosa sono il razzismo o l’intolleranza. Alle elementari puoi parlare di Anna Frank. Delle camere a gas, no.

La tendenza è proprio quella di mostrare un orrore che senza un percorso di analisi che possa comprenderlo nella sua portata, nel suo dolore e nel suo orrore rischia di essere interpretato solamente nella dimensione emozionale o meglio ancora in quella prettamente memoriale.

A tal proposito, grazie alla segnalazione di Roberto Maragliano, credo sia utile l’intervento condiviso qualche giorno fa su Facebook da parte di Antonio Brusa, storico dell’Università di Bari, riguardo al valore della giornata della memoria a confronto con la didattica applicata nelle scuole.

Spesso (dai temi dei ragazzi alle opinioni espresse da colleghi) ho avuto l’impressione che Auschwitz ci autorizzi e mettere in scena una tragedia in cui le parti sono finalmente chiare: i buoni sono da una parte, i cattivi dall’altra. Una situazione rara, in un Novecento dove tutti sono un po’ sporchi, sono un cocktail vario di cose buone e cattive. Il Novecento è complesso, per chi lo voglia insegnare bene. Costa fatica. Quindi, meglio un argomento che, per quanto tragico, è semplice e lineare. Inoltre, in questa vicenda i cattivi sono loro; noi siamo (o scegliamo di essere) dalla parte dei buoni. Studiamo Auschwitz e ci assolviamo, dunque.

Per Brusa se il risultato di iniziative come quelle della giornata della memoria equivale ad una semplificazione della percezione del passato, siamo di fronte a quanto di più diseducativo si possa ottenere.

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3 commenti su “Il valore di una giornata della Memoria

  1. mariopireddu
    26 gennaio 2013

    “la rimozione del grado di responsabilità degli italiani nella persecuzione ebraica si è perpetuata, e a lungo. Il mito del “bravo italiano” […] opposto a quello del “cattivo tedesco”, ha lenito il senso di colpa degli italiani, i quali sono responsabili delle persecuzioni e della deportazione dell’Olocausto, nonostante evidenti e diffusi atti in difesa di ebrei”: http://doppiozero.com/materiali/recensioni/contro-il-giorno-della-memoria

  2. mariopireddu
    26 gennaio 2013

    Consigli bibliografici sull'”altra” memoria della Shoa – bambini, disabili, zingari e omosessuali, e altri indesiderabili – qui: http://liberos.it/notizie/shoa-l-altra-memoria/471

  3. Roberto Maragliano
    27 gennaio 2013

    Sorprende che nel corposo e documentatissimo saggio che Robert Gordon dedica alla ricezione dell’Olocausto in Italia (http://www.amazon.it/Scolpitelo-LOlocausto-cultura-italiana-1944-2010/dp/8833923878/ref=sr_1_4?s=books&ie=UTF8&qid=1359275780&sr=1-4: ne parla Belpoliti nella pagina di Doppiozero citata da mariipireddu) manchi il riferimento al lavoro dello storico Rousseau richiamato da Andrea Patassini nel suo post. Stupisce perché lì si aggiunge al tema dell’elaborazione della memoria la questione dell’immagine e della sua ‘apertura’ costituzionale, elemento questo che fa sì che una foto possa cambiare di valore, anche drasticamente, a seconda del contesto in cui viene collocata. Un tema, questo, di particolare interesse per l’azione e la riflessione in campo educativo. Scrittura, immagine fissa, immagine in movimento: ogni linguaggio ha una sua semiosi e chi voglia correttamente contribuire alla crescita della consapevolezza in campo storico e politico di questo deve sapere e su questo deve attrezzarsi.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 gennaio 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .
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