Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Visto censura

di Roberto Maragliano

Perché il tema del suicidio è trattato con estrema leggerezza e facilità di esecuzione, come se fosse un atto ordinario o un servizio da vendere al dettaglio creando il pericolo concreto di atti emulativi da parte di un pubblico più giovane, quali gli adolescenti che attraversano un’età critica. Per di più la rappresentazione sottoforma di cartone animato costituisce un veicolo che agevola il pubblico più giovane la penetrazione di tale messaggio pericoloso.

Questa che avete appena letto è la motivazione in base a cui l’italica commissione di revisione cinematografica, meglio conosciuta e più opportunamente designata come commissione censura, ha imposto, agli inizi di dicembre 2012, il divieto della visione del film La bottega dei suicidi ai minori di diciotto anni.

suicidiPoco conta che, successivamente, sia tornata sulla decisione rendendo la visione accessibile a tutti: evidentemente questi non sono tempi buoni per la giustizia; si pensi, per non toccare la politica, ai patteggiamenti calcistici. Pochissimo conta, poi, che la commissione appaia, a chi abbia occhi disincantati sul mondo e l’educazione, il residuo anacronistico di una concezione occhiuta del ruolo dello Stato, dove si nega il diritto di genitori e tutori di stabilire autonomamente cosa far vedere ai minori. Addirittura niente conta il fatto che il film in questione, dopo un’inizio fulminante, vada via via perdendo lo slancio e che ciò avvenga man mano che viene alla luce la sua tesi educativamente “positiva”: sappiamo tutti che il male ha più appeal estetico del bene.
Di fatto quelle smilze righette  dicono molto, a proposito di una pedagogia solida, di formazione e riproduzione spontanea, tuttora molto diffusa in vari strati sociali e intellettuali, almeno qui da noi.
Se vi interessa confrontarvi con siffatta pedagogia, ne trovate una sintetica trattazione qui sotto. Sta subito dopo i suggerimenti conclusivi di questo mio post, che qui anticipo per il rispetto che considero doveroso nei confronti del rapido (e frequentemente sapido) lettore di rete.

Vado ai suggerimenti, dunque.pedagogia morte

1. Portate pure i vostri bambini a vedere il film e preoccupatevi solo se non si annoiano nella seconda parte. Insomma,  non censurate la morte. È il grande rimosso della nostra cultura, di fronte al quale ci ritroviamo tutti senza parole. Certo, ma  è evidente non siamo sprovvisti di immagini, il cinema ce ne offre continuamente, dunque vediamole e facciamone uso.

2. Se vi convince o comunque vi incuriosisce quanto suggerito in 1. provate a fare un passo in più e procurarvi, con modica spesa (è un ebook), il mio Pedagogia della morte, dove appunto si parla di cinema anzi si assume il cinema come soggetto che parla e fa parlare il tema della morte.

E ora torno al testo.
Mi interessa metterne in evidenza tre elementi costitutivi, e interpretarli come tratti a loro modo paradigmatici di buona parte dei discorsi censori.
Sono:

  • la fusione/confusione di contenuto e modalità discorsiva,
  • la fiducia incondizionata nei confronti della teoria ipodermica,
  • il pregiudizio che equipara un medium immersivo a risorsa specifica per l’infanzia.

Esagero? Non direi proprio. Come d’abitudine, la censura procede per tagli ed esclusioni, ma capire la logica in base a cui vengono effettuati simili interventi comporta un impegno di ricostruzione che non è operazione delle più semplici. Dire “aboliamo la censura” non basta: per annullarne il bisogno, occorre individuare e capire su cosa questo bisogno si fonda. Ecco perché vi invito a prendere sul serio le baggianate contenute nel nostro documentino. Sono le stesse che trovate nelle pieghe di tanti discorsi correnti: loro, vostri e nostri.

Primo aspetto. Nel film, si sostiene, “il tema del suicidio è trattato con estrema leggerezza”. D’accordo, è un’opinione. Io potrei pensarla diversamente, ma non è questo il problema. Piuttosto, cosa c’entra, nella stessa frase, il riferimento alla “facilità di esecuzione”? È il film che tratta in modo leggero il suicidio, ok, ma quella facilità di esecuzione non è attribuibile al film bensì al suicidio così come viene lì rappresentato. La leggerezza della rappresentazione, par di capire, si tradurrebbe in leggerezza del contenuto rappresentato: è come se al posto di “sorridiamo del suicidio” fosse stato messo “consideriamo il suicidio come un sorriso” . Così (s)ragiona il censore. Un semplice slittamento linguistico, direte voi, niente di grave. No, osservo: è uno slittamento concettuale, tipico di questa maniera di argomentare, che tende a fare tutt’uno di oggetto e modalità di rappresentarlo. Il che equivale a pensare e dire che una cosa seria possa essere rappresentata soltanto seriamente (di qui il limite della seconda parte del film), una brutta solo in modo brutto, e così via. Adaeguatio rei et intellectus, come si insegnava nella scuola da tanti rimpianta. Insomma, la tomba di ogni possibile forma di indipendenza intellettuale. Quale sarebbe, di conseguenza, la soluzione migliore per rappresentare la noia? Annoiare. E qui verrebbe a fagiolo la rappresentazione dell’Antonioni noioso che Dino Risi dà nella mitica scena de Il sorpasso. Ma non divaghiamo, cerchiamo piuttosto di capirlo bene, questo elemento. Il fatto è che una volta imboccata una simile china, non ci saranno freni che possano soccorrere. Ecco allora che la formula narrativa volutamente paradossale adottata dal film al fine di trattare il tema del suicidio – rappresentarlo come “un servizio da vendere” in bottega, con tanto di riferimenti parodistici alle musiche e ai linguaggi della pubblicità – diventa, nella mente non particolarmente elastica del censore, quella che egli intende e denuncia come tesi subdola e pericolosissima del film: istigazione ad emulare.

Questo ci porta direttamente al secondo aspetto. L’ha toccato Ornella Martini in un post di pochi giorni fa e mi riallaccio direttamente alle sue parole: “L’oscurità è parte di ciascuno ad ogni età: confrontarsi con il male dentro è la condizione necessaria per ogni percorso di crescita che possa definirsi tale”. Bene, questo il pensiero censorio non vuole dirselo, non vuole proprio che gli venga detto. Ciò che ci mette sopra, e che gli permette di censurare tale voce, è, appunto, una versione famigliare e di pronto uso della teoria ipodermica. Detto con un luogo comune, è, quella, la formula delle “cattive amicizie”, ed è la stessa che agisce tutte le volte che la tv ci mette in contatto con le ”tanto brave persone” (per i vicini), colte in flagrante di omicidio e poi bollate come dedite a videogochi violenti. Brave, appunto, ma che l’iniezione sottocutanea di cattiveria ha il potere di trasformare. È il caso di aggiungere che questa teoria, nella versione originaria risalente agli USA degli anni quaranta, è etichettata come “bullet”, cioè “pallottola”? bulletDirei di sì. Comunque la si pensi, il censore ritiene che esporsi al negativo, anche soltanto all’immagine del negativo, porta conseguenze devastanti: di qui la scelta di impedire l’esposizione, ovviamente per il bene dell’educando. Per tornare a noi, il giovane di per sé non penserebbe al suicidio, perché lui è buono e angelico, e lo è per natura, ma se lo si va a sfrucugliare e se questo lo si fa rappresentandogli il suicidio come cosa facile, da conquistare/acquistare facilmente, ridendoci sopra perdipiù, quella natura buona va subito in tilt. Censura, dunque. Ma è un  taglio che come minimo si porta via un secolo di elaborazione scientifica (da Freud in poi) e due millenni di elaborazione artistica (dai tragici greci in poi), pure tagliati via. Ma tant’è,  più è ignorante, più fa ignorare, più questo meccanismo funziona, o meglio: sembra funzionare. Perché ammettiamolo: noi “mondani” sappiamo bene che non funziona, sappiamo pure che il più delle volte il proibizionismo produce l’effetto contrario (e consente all’industria clandestina di lucrare).

Da ultima, la questione se volete meno impegnativa, ma pur essa meritevole di un’adeguata presa in carico. Per il censore il mondo è dicotomico: come ci sono cose buone e cose cattive, le prime fungendo come le uniche adatte ai bambini (e ai ragazzi) buoni, ci sono pure i linguaggi preposti per i bambini e i ragazzi e quelli preposti per un’utenza di adulti (un tempo compariva talvolta la specifica “con riserva”). Il cartone animato, in questo modo di pensare, agisce come medium infantile: fatto di disegno e suono non aspira al realismo, vive piuttosto di (e per) costruzione fantastica. Ma questa produzione fantastica, è legittimo anzi doveroso obiettare, che collocazione trova in quello spazio di costruzione del reale dentro cui l’individuo, anche e soprattutto quello in crescita, fa la sua esperienza di vita? Si colloca tutta al di fuori o non è, invece, una parte di quella costruzione? Siamo dunque sicuri che l’animazione sia prioritariamente (ed esclusivamente) un linguaggio per l’infanzia? Autorizzano a pensarlo la sua origine, il suo sviluppo e la sua attuale fortuna dentro l’universo multimediale? O, piuttosto, non è più corretto e utile e liberatorio ritenere che l’animazione e l’immaginario di cui dà conto contribuiscano ad alimentare la parte infantile, diciamo non scrittoria, di ciascuno di noi?

sorrisi notte

…morale di tutta la storia, non smettete di riflettere sul censore che sta in voi e in tutti noi…

…per parte mia, minaccio un prossimo post con un esempio eclatante in proposito…

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “Visto censura

  1. Pingback: Il genio censurato « Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

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Questa voce è stata pubblicata il 23 gennaio 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .

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