Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

L’immaginario che non vediamo

di Roberto Maragliano

Ciò che più mi sorprende nella reazione di tanta parte dell’intellettualità di sinistra che, predisponendosi ad assistere alle stoccate finali di Santoro e Travaglio sul corpo che si immaginava inerte di Berlusconi, a Servizio Pubblico su La7 la sera di venerdì 11 gennaio 2013, s’è poi trovata di fronte ad una performance di vitalità di quest’ultimo, è che, appunto, sia stata una reazione di sorpresa. E sì che non si trattava di un fatto nuovo: sulle colonne del Corriere ci s’è divertiti a ricostruire i precedenti di tale colpevole cecità. Ma tant’è, l’antica vocazione dell’italico pensatore, tanto più se di sinistra, a non voler fare i conti con la realtà, meglio con quella parte di realtà che l’immaginario contribuisce ad alimentare, non deflette mai, al contrario: si direbbe che più riceve disconferme più si autoconferma. Il Berlusconi che è in noi, in tutti noi, pure in loro, no: quello si ostinano a non coglierlo, a non farci i conti.

A questo pensavo, in tempi e contesti non sospetti, la scorsa estate, nel leggere il bel saggio di Fausto Colombo, Il paese leggero. Gli italiani e i media tra contestazione e riflusso.

Lì una paziente analisi, condotta sull’ “infinita serie di norme, spesso non scritte, e spesso addirittura inconsapevoli, che determinano la sua [di un popolo] visione della realtà e regolano il suo comportamento” (per dirla con il Pasolini delle Lettere luterane) induce darsi una ragione, non certo l’unica possibile, ma probabilmente una delle più attendibili, del come e perché si sia passati (passati e non precipitati, si badi bene) da una fase in cui al centro degli interessi e delle preoccupazioni dei più c’era l’ìmpegno a contestare e trasformare il mondo, com’è stato negli anni Sessanta e Settanta, ad una fase dominata dalla veduta corta e persa sulla superficie delle cose e dei fantasmi da questa artatamente evocati, o tutt’al più volta ad un passato mitizzato come età dell’oro: che è, ammettiamolo, la condizione che molti ritengono di essere costretti a vivere dopo la svolta degli anni Ottanta,quella condizione che farebbe tutt’uno con Berlusconi e il berlusconismo.

Come e perché questo sia avvenuto è un tema che si fa fatica a mettere a fuoco, soprattutto se ci si affida agli strumenti, in verità molto spuntati, dell’analisi storico/politica di stampo ufficiale. Certo, il terrorismo, le Brigate Rosse, la cacciata di Lama dall’Università, il compromesso storico, il rapimento di Moro, Craxi e il craxismo, sino ad arrivare alle ripercussioni nazionali della caduta del muro e dell’URSS e a “mani pulite”: sono tutti fatti, peraltro ben corposi, gli stessi che i migliori manuali elencano doviziosamente. Si direbbe, però, che partendo da lì e, soprattutto, lì restando si rischia di sfiorare soltanto e dunque non aggredire il tema su cui invece più dovrebbero concentrarsi gli sforzi per capire il perché e il percome di un tale passaggio, quello, del resto, che sembra essere al centro delle attuali occupazioni e preoccupazioni della collettività, e di chi a tale collettività parla e dà parola: il tema, lo ripeto, dell’immaginario. Non giriamoci attorno. La questione sta anche qui, nell’antica propensione dell’intellettualità nostrana, progressista o di sinistra o come diavolo la si voglia etichettare, a confrontarsi con i sogni, le emozioni, i fantasmi, in una parola gli “umori” che stanno dentro e attorno e soprattutto sotto quel che pensa e fa la gente. Salvo poi scoprire che le cose sono diverse da quelle immaginate (anche la sinistra immagina, ma immagina male).

Fausto Colombo lo sa bene e lo dice chiaramente. Il termine “immaginario” è ambiguo e rischia di contaminare le analisi, per via della sua costitutiva imprecisione. Uno ci mette tutto e così tutto presume di poter spiegare. Però, però non se ne può fare a meno. Ci dice e ci fa vedere cose concrete, spesso molto più concrete di quelle che siamo abitati a etichettare per tali. Non è l’oppio dei popoli, ne è invece lo specchio, lo spazio di identificazione, l’alimento.

“Guardiamo a cosa è successo negli anni Ottanta. Improvvisamente tutto ciò che fino a qualche tempo prima appariva accettabile o addirittura necessario (partecipazione politica e civile, rivendicazione dei diritti, emancipazione dei soggetti più deboli, ridiscussione del ruolo delle istituzioni politiche e culturali) d’un tratto si rovescia nel suo contrario: diventa passatista, fuori moda, surclassato nel sentire collettivo (o comunque, certamente nella rappresentazione di questo sentire) da valori individualisti, tesi alla promozione del diritto al consumo e a una cultura più decisamente ludica”

Questo è spiegabile con il ricorso alle interpretazioni correnti della razionalità politica? No, occorre andare al di là, al di sotto: occorre sporcarsi le mani con l’immaginario.

Se, tanto per parlare di cose che pratichiamo, un progetto globale di rinnovamento della scuola e dell’università, pazientemente messo a punto nella fase montante, una volta approdato alla fase della messa in atto improvvisamente si sfarina e volatilizza, se tutto questo avviene (oggi ne paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle), e se tutto l’armamentario concettuale che stava alla base di quel progetto viene messo sotto processo (eguaglianza, valutazione, compensazione, recupero, sostegno, individualizzazione, gruppo), senza reazione alcuna, come poter pensare che ciò sia dovuto ad errori tattici, all’ingenuità di quel politico o alla cattiveria di quell’altro? Ben diverse sono le questioni che un tale fallimento solleva, hanno a che fare con l’incapacità di costruire storie e racconti credibili, fascinosi e affascinanti, su quel progetto e sul parallelo rifiuto di confrontarsi con quanto via via si trasformava e quanto rimaneva immobile, nello spazio dell’immaginario che racconta l’apprendimento, l’insegnamento, il sapere, il saper fare, il saper vivere.

Ci sono, sotto e dentro tali fenomeni, cose ben più solide di quelle che siamo abituati a prendere in considerazione. Cose che stanno in quell’area intermedia in cui si praticano discorsi, i più diversi ed eterogenei, a volte tra di loro alternativi, “che non necessariamente sono appannaggio di soggetti chiari, distinti, riconoscibili, ma che più spesso si forgiano nelle comunanze di interessi, negli equivoci identitari”. Insomma, “esistono correnti narrative, per così dire, articolazioni a volte embrionali a volte molto complesse che raccontano il presente, il passato e il futuro dentro schemi che si consolidano, e offrono spiegazioni e indicazioni per atteggiamenti e comportamenti individuali e collettivi”. Berlusconi ha saputo dar corpo a quei discorsi, l’ha fatto e lo sta facendo “di pancia”. Spetta a noi confrontarci seriamente con ciò che quei “movimenti di pancia” esprimono, e fare i conti con il cambio di scena e scenografia che vi sono inscritti. In caso contrario, sempre perdenti saremo.

Si tratta, con Fausto Colombo, ma non solo, di provare a seguire (e riflettere su) un’altra storia, quella dell’immaginario che ha alimentato due/tre generazioni. Inizia
con Valentina Mela Verde del Corriere dei Piccoli e con Ghigo, il figlio maggiore de La famiglia Benvenuti, e porta, attraverso complesse vicende, fino a noi, ai Cesaroni e a Belen Rodriguez. Credetemi, dà conto, molto più di tante analisi dotte, di quel che nel frattempo è venuto e avvenuto al mondo.

 

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

2 commenti su “L’immaginario che non vediamo

  1. Raimondo
    15 febbraio 2015

    http://rbolletta.com/2015/02/15/venti-di-guerra/
    un dettaglio rispetto al tuo ragionamento, ma credo pertinente.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 gennaio 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .
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