Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Titoli al portatore

di Roberto Maragliano

Traduttore/traditore. Va be’, è un luogo comune. Cui aggiungerei il fatto che, molto spesso, il traditore lo fa per interesse. E questo complica le cose. Fatto sta che buona parte dei volumi di matrice americana su cui studio e faccio studiare i miei studenti, occupandomi e occupandoli di questioni relative ai rapporti fra media e formazione, bene: quei volumi recano, nelle edizioni italiane, dei titoli traditori, e, quel ch’è più grave, fuorvianti. Perché lo fanno è legittimo che uno se lo chieda. Io me lo chiedo e mi do due risposte.
La seconda articolata con gli esempi e i ragionamenti che verrano qui di seguito.
La prima concentrata nell’accostamento delle due copertine riprodotte in testa a questo mio intervento, che appartengono allo stesso volume, versione americana e versione italiana; chi mai lo sospetterebbe?

Vado con ordine (cronologico) e comincio da un “classico”, McLuhan. Nel 1964 esce il suo Understanding Media, sottotitolo The Extensions of Man. L’editore italiano, tre anni dopo, va in economia e, risparmiando sul sottotitolo, impone Gli strumenti del comunicare. Non è proprio la stessa cosa, assolutamente no. Chi si avventura tra le pagine del canadese vede che vi si parla di vestiti, soldi, strade e  non solo e non tanto di cinema e tv e libri. Censurare, come fa il titolo italiano, il riferimento ai media e al loro fungere da estensioni dell’uomo e farne una questione di mezzi istituzionalmente e intenzionalmente comunicativi vuol dire effettuare un doppio tradimento non solo del titolo ma anche dell’intero pensiero di McLuhan. Vuol dire negare, anzi contraddire quel che sostiene il titolo originario. Sarebbe stato più onesto riportare un Come non capire i media.
Andiamo a Ong e al suo Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, del 1982. Nel 1986 l’editore italiano dice Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola. Qui la questione è più complessa, ma la sostanza del tradimento e le ragioni del voluto fraintendimento non cambiano. L’oralità e la scrittura del titolo italiano fanno pensare ad oggetti, e non a culture e processi, come invece chiaramente dicono titolo e sottotitolo inglesi. Va così a farsi friggere, nel migliore dei casi, l’idea che oggi (anzi ieri, gli anni Ottanta) si sia in presenza di un’oralità di ritorno, quasi che, per effetto della scrittura e del libro stampato, la gente avesse smesso di parlare.
Terzo esempio Papert, il cui volume del 1993, prontamente tradotto l’anno seguente, reca il titolo/sottotitolo The Children’s Machine. Rethinking School in the Age of Computer. Chiaro, no? C’è l’idea che il computer sia la macchina del bambino, un vero oggetto d’amore, e che tutto ciò comporti l’esigenza di ripensare la funzione della scuola. Il solerte editore italico che ti fa? Indossa i guanti del chirurgo e sterilizza il tutto tramite I bambini e il computer. Geniale, no?

Come due più due fa quattro, allo stesso modo dai tre esempi emerge un’unica tendenza, pienamente in sintonia con l’italica ideologia dominante: quella che porta a riversare diffidenza su tutte le tecnologie (che non siano la stampa), ad escludere ogni riferimento a dimensioni più ampie di quelle del verbale (dunque: niente uomo, niente scuola) e a ridurre processi a “cose”. Ne viene, dunque, il sospetto che le traduzioni non siano atti maldestri, ma espressioni a loro modo disinvolte, edotte, esperte, accurate e via elencando i molti contrari del termine “maldestro”. Che non si fa per campà, e per far campà i nostri intellettuali…

E arriviamo all’ultimo esempio di questa rassegna. Il più eclatante. E’ quello da cui sono partito con il gioco sulle copertina. Il volume della Turkle esce negli USA nel 2011 con questo titolo e sottotitolo: Alone Together. Why We Expect More From Technology and Less From Each Other che l’anno seguente diventano l’italiano Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Qui siamo in piena disonestà. Quel “ma” grida vendetta, esattamente come l’imbarazzante (e, permettetemi, oscena) copertina rosa. La Turkle fa riferimento ad un ossimoro per dire cosa le tecnologie svelano delle nostre umane aridità di tipo affettivo e relazionale e come noi di tali tecnologie ci serviamo anche per coprire quelle aridità. Niente di tutto questo per l’editore italiano che, tutte le volte che può, anche nel corpo interno del testo, fa sfoggio del suo “ma”, così autorizzando un’interpretazione luddista del pensiero della psicoanalista Turkle. Non contento dello scempio aggiunge, nel sottotitolo, un “sempre”, capolavoro degno della migliore chiacchierata ferroviaria o portaportese.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 13 dicembre 2012 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

Il nostro sito ufficiale

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: