Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Guardare le figure

di Andrea Patassini

Quando ero piccolo mi immergevo nei libri illustrati che popolavano, qua e là, la stanza dove giocavo. Non ci giro intorno, ad attrarmi erano le immagini, quei disegni che non solo accompagnavano il testo, ma che assumevano una loro indipendenza e importanza nel contesto del libro. Per dirla tutta, ero interessato esclusivamente a quei disegni. Mi piaceva sfogliare i cartonati della Disney, dove erano illustrate le scene salienti dei cartoni animati che più amavo. Sfogliarle era come rivivere il film. Del testo non è che mi importasse poi tanto. In quegli anni, a casa, ancora non c’era il videoregistratore, quindi i libri illustrati erano un’ottima soluzione per rivivere più e più volte le storie animate. Le videocassette arrivarono qualche anno dopo. Non sfogliavo solamente libri targati Disney, avevo altri libri illustrati di diverso genere e, ovviamente, non mancavano i fumetti, o meglio, non mancava Topolino. Lì il testo era accettato. Era contenuto nei baloon, aveva un ruolo importante, ma non essenziale. Prima che imparassi a leggere mi piacevano comunque quei disegni ordinati con una certa logica, nonostante non capissi le parole racchiuse nelle nuvolette riuscivo a dare un senso a quello che guardavo. Insomma, guardavo le figure.

pierino porcospino

Tra le varie pagine da sfogliare, mi capitò tra le mani un libro illustrato del tutto particolare. Si discostava un bel po’ dalle atmosfere ricorrenti. Il tratto era più labile rispetto alle linee sicure e morbide stampate nei libri Disney; era un tratto quasi instabile. A stupirmi era soprattutto la figura mostrata in copertina. Anzi, ad essere sincero quel senso di stupore si mescolava ad una particolare sensazione di inquietudine. Un bambino dall’espressione malinconica, con capelli a raggiera e unghie lunghissime che sembrano artigli o appendici di chissà quale strano insetto dava il benvenuto al libro. Oltretutto quel bambino era posizionato su di un piedistallo, come se quella sua condizione dove essere mostrata a forza. Quasi una punizione. Il libro era Pierino Porcospino di Heinrich Hoffman (titolo originale Struwwelpeter) pubblicato nel 1845 e in Italia tradotto e diffuso nel 1882. Le illustrazioni erano lontane dalle abitudini grafiche che quotidianamente osservavo nei libri. Era un tratto antico, all’epoca lo avrei definito misterioso. Oltre il fattore di anacronismo grafico, a lasciarmi del tutto scosso era il messaggio per nulla rassicurante espresso dalle immagini. Hoffman raccontava storie che non erano assolutamente intenzionate a rabbonire o rassicurare il lettore, anzi, quelle storie raccontavano qualcosa di molto più oscuro e inquieto. Non nascondo che, a quell’età, depennai quasi subito il libro. Era del tutto fuori luogo. Lontano dalle mie quotidiane letture.

guardare le figureUltimamente ho letto il saggio di Antonio Faeti Guardare le figure (1972), ripubblicato da poco da Donzelli. Leggendo le storie di tanti figurinai del nostro paese, mi sono tornate in mente le mie esperienze  di piccolo lettore. Tra quelle, appunto, ci sono le storie per immagini raccontate e disegnate da Hoffman alle quali mi avvicinavo con difficoltà. Nel saggio di Faeti si raccontano le singole vicende dei figurinai che, insieme, formano una ricchissima stratificazione di storia delle illustrazioni per i più piccoli. Un testo simile mette sul tappeto fin da subito un aspetto fondamentale: va sgomberato il campo da un paio di elementi ricorrenti quando si pensa alle illustrazioni dedicate all’infanzia. Il primo elemento è che la produzione di immagini non sempre fa uso di quella retorica pedagogica che vede nell’illustrazione un elemento di accompagnamento al testo scritto e che concretizza il fine educativo, moralistico e rassicurante del racconto dedicato all’infanzia. Si deve fare a meno della solita gerarchia di valori, dove il testo è educativo (e quindi di primaria importanza) mentre l’immagine è ricreativa (e quindi secondaria, retrocessa a decorazione del testo). Il secondo elemento riguarda invece la scala valoriale applicata ai testi stessi. Quelle storie dedicate ai più piccoli spesso e volentieri sono considerate come un momento di passaggio, un’esperienza di lettura momentanea, uno spazio di tempo leggero. Si intravede nella storia e nelle storie raccontate da Faeti quasi una alleanza di spirito tra scrittori e illustratori “per l’infanzia”. Entrambi vivono al margine di un sistema editoriale che tende ad cercare profondità e complessità verso altri lidi. Antonio Faeti ci racconta e ci mostra un sottobosco di disegnatori impegnato a far muovere sensazioni decisamente più articolate, e per nulla racchiuse entro il quadro del rassicurante. Il valore aggiunto di questo libro è nella possibilità di osservare l’immaginario del nostro paese attraverso diversi piani di analisi. Il percorso storico, artistico e pedagogico del figurinaio è l’occasione per comprendere alcuni tratti distintivi della nostra cultura.

Nella lettura ho incontrato più volte elementi dissonanti rispetto al comune sentire di un’illustrazione piegata all’esplicitazione dei caratteri prettamente rassicuranti. L’illustrazione, spesso, muove emozioni, le concretizza in linee, sfumature, forme piene o vuote. L’immagine apre alle emozioni, lo fa senza mezze misure. Ecco perché mentre osservavo le illustrazioni “nere” di Enrico Mazzanti e Gustavo Piattoli ho pensato a quel Pierino Porcospino e all’inquietudine, alla sorpresa che trasmetteva ad ogni sguardo.

il_diavolo_che_si_fece_frateNel libro Il raccontafiabe di Luigi Capuana il figurinaio, Enrico Mazzanti, racconta per immagini storie cupe, dalle atmosfere gotiche e dalle figure finemente tratteggiate che trasmettono un velato terrore quando le linee si infittiscono fino a divenire groviglio oscuro. Mazzanti disegnò lupi mannari affamati dalle fauci spaventose o personaggi goffi, decisamente surreali che dai gesti e dalle espressioni non mostravano appigli sicuri, come maschere grottesche capaci di celare, di creare sorpresa, mistero (qui un esempio del Pinocchio disegnato dal Mazzanti). Lo stesso discorso vale per Gustavo Piattoli che illustrò Le novelle della nonna di Emma Perodi: le tavole aumentano la portata oscura delle novelle scritte dalla Perodi, sono disegni comunicativamente prorompenti, capaci di codificare sul piano visivo tutti gli elementi di inquietudine presenti nelle storie. Faeti seleziona alcune opere di Piattoli, tra queste c’è l’illustrazione dedicata alla novella “Il diavolo che si fece frate”; anche in questo caso l’uso del bianco e del nero adottato per il libro stampato viene utilizzato per enfatizzare le forme che muovono emozioni nella pagina. Fra Gaudenzio nel suo letto mostra un sorriso folle, la luce penetra nella sua cella buia illuminando parte del suo volto rubicondo e poi, più in basso, i resti di un pasto. Ma è l’area sinistra dell’illustrazione a trasmettere pienamente l’atmosfera gotica: la porta della cella è quasi divelta da un gruppo di frati che tenta, senza successo, di entrare e salvare quella “gioia folle” di Gaudenzio, ad intromettersi c’è un grifone demoniaco che blocca l’entrata. Piattoli lo rappresenta con una macchia scura definita solamente dal riverbero della luce. La salvezza non c’è. Il lieto fine nell’illustrazione non è minimamente accennato.

Quel Pierino Porcospino, dalle unghie lunghissime e affilate e quei capelli disordinati mi ricorda Johnny Depp nel film Edward mani di forbice di Tim Burton, regista che da sempre gioca con le atmosfere cupe e surreali proiettate sull’immaginario dell’infanzia (qui un’immagine tratta dal film). E trovo grandissime assonanze con le storie e soprattutto con le illustrazioni di Mazzanti e Piattoli. L’oscuro e l’infanzia sembrano allora tessere contatti con una certa frequenza, anche nel campo della narrativa dedicata ai giovani e giovanissimi. Tra i molteplici temi affrontati da Faeti, questa immersione nell’inquietudine raccontata, anzi meglio ancora disegnata e rivolta all’editoria per l’infanzia assume contorni più netti e riflessioni più profonde. Serve ancora oggi questo saggio. Serve eccome, perché invita a ragionare sul valore più profondo delle immagini e di chi le ha create, pubblicate e osservate. Forse un saggio del genere servirebbe a comprendere l’intramontabile tema del rapporto costantemente conflittuale tra immagini e giovani. Soprattutto quelle immagini cariche di significati scostanti rispetto alla visione di un immaginario per l’infanzia rabbonito. Oggi si parlerebbe di videogame e serie televisive, non più di illustrazioni. Se ci si pensa un po’, la quasi totalità delle critiche proposte è priva di una conoscenza per le immagini del passato, del nostro immaginario; quell’immaginario che contiene radici di significato così utili a comprendere il nostro presente. Anzi, si adottano schemi di analisi dove, comunque, le forme passate di narrazione rivolte ai più piccoli avevano a priori un valore più “alto” rispetto al vortice di immaginari provenienti dagli ambienti dove quotidianamente giovani e giovanissimi si nutro di immagini. Si addita spesso ad un passato rigorosamente roseo, luminoso e privo di nubi inquiete e oscure. Un consiglio allora, non aprite certi vecchi libri.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 dicembre 2012 da in Uncategorized con tag , , , , , .
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