Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Chi vuole la scuola digitale e come

Riceviamo da Silvano Tagliagambe, direttore scientifico del progetto “Scuola digitale” della Regione Sardegna, il seguente importante documento su un tema di scottante attualità.
Lo pubblichiamo integralmente condividendolo in pieno e chiediamo a tutti quanti sono interessati al tema, nella scuola e fuori, a diffonderlo in ogni forma.
(Roberto Maragliano)

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La posta in gioco sul progetto Scuola digitale

Sono costretto a cercare di riassumere qui il significato del mutamento di rotta che si sta cercando di imporre al progetto Scuola digitale in Sardegna in quanto, pur essendo il direttore scientifico del progetto, mi è stata negata la possibilità di farlo in occasione dell’incontro con la delegazione del MIUR, avvenuto il 16 e 17 luglio e concluso dalla visita del ministro Profumo, e degli eventi pubblici connessi.

Finora non ho parlato, imponendomi un atteggiamento di riserbo che evitasse di rendere palese il mio dissenso nei confronti dell’orientamento che la regione Sardegna stava assumendo e che costituiva una evidente retromarcia rispetto alle scelte precedenti, sancite in più di una delibera della Giunta regionale. Il tono della conferenza stampa del Presidente della Regione e dell’Assessore della Pubblica Istruzione del 2 agosto e le cose che sono state dette nel corso di essa mi impongono però di rompere questo silenzio e di spiegare all’opinione pubblica e al mondo della scuola, in una logica di aperto confronto e di dialogo, che cosa sta succedendo, in modo che ci si renda ben conto di ciò che si guadagna e di ciò che si perde con il cambiamento in atto.

Dunque nel sito della Regione è tuttora presente un comunicato che enfatizza il ruolo di “Data center nazionale” che la Sardegna verrebbe ad assumere con la nuova versione del progetto Scuola digitale e si scrive testualmente: “Grazie al cloud computing la definitiva digitalizzazione della didattica e la fruizione on-line di molti servizi per gli studenti, i docenti e le famiglie sarde”. A parte la scelta dell’aggettivo “definitiva”, che proprio male si concilia con il sostantivo “digitalizzazione”, in cui è espressa una prospettiva di continuo aggiornamento e di apertura costante al nuovo, il senso che si vuole proporre è chiaro ed è stato infatti uno dei motivi conduttori della conferenza stampa citata: c’è chi, come noi, si muove in un’ottica nazionale e internazionale e si propone di fare della Sardegna l’ombelico del mondo, e chi, come Silvano Tagliagambe, è rinchiuso, poveretto, in una logica puramente regionalistica, provinciale e paesana. Nella deliberazione “Modifica della deliberazione n° 18/12 dell’11/05/2012 relativa all’approvazione delle linee-guida del progetto Scuola digitale”, assunta il 31 luglio dalla Giunta regionale, il senso di questo contrasto viene esteso dallo spazio (ottica nazionale contro ottica regionale) al tempo. In essa si dice infatti che bisogna stare al passo con i tempi e, soprattutto, saper cogliere le opportunità offerte dalle “recenti evoluzioni del mercato dei materiali didattici”, che “presenta oggi una molteplicità di prodotti già realizzati e che alla data di approvazione del progetto non era possibile prevedere, essendoci al tempo una composizione del mercato sostanzialmente diversa da quella attuale”.

In effetti la delibera citata è un autentico inno al mercato, a quello editoriale nella fattispecie, e alle sue grandi capacità di innovazione che bisogna saper seguire per essere moderni e progressisti, e non retrogradi e conservatori come qualcun altro (me nella fattispecie). La tesi che viene avanzata può dunque essere sintetizzata dicendo che la modernizzazione del mondo della scuola e della didattica deve avvenire seguendo la logica del mercato, in un approccio di adattamento passivo e di adeguamento alle scelte da esso operate e di accettazione supina dei prodotti da esso proposti, che infatti ci si propone di acquistare senza discutere, così come vengono graziosamente offerti dalle case editrici.

Qui si comincia a vedere chiaramente qual è l’autentica posta in gioco, al di là di tutti gli espedienti retorici messi in campo. Il capitolato tecnico del bando che la delibera che stiamo esaminando impone di revocare, e che, tra parentesi, non è stato ancora revocato, nonostante scada il 6 agosto, anziché adattarsi al mercato, stabilisce che tipo di materiali e prodotti servano per uno sviluppo della didattica coerente con i nuovi orientamenti metodologici che si stano affermando sulla scena internazionale e con i nuovi linguaggi che stanno emergendo e detta al mercato, in una logica attiva di effettivo protagonismo del mondo della scuola e della ricerca, ciò che deve essere prodotto per avere ambienti di apprendimento rispondenti alle esigenze dei processi di insegnamento e di apprendimento. Da una parte, dunque, è il mercato a dettare e ci si limita ad acquisire ciò che esso offre; dall’altra è una visione progettuale e sistemica dei nuovi orientamenti che stanno affiorando nella ricerca nazionale e internazionale e che il mercato non ha ancora recepito a stabilire ciò che deve essere fatto e come. La differenza mi pare sostanziale: il senso del confronto è chi debba assumere il ruolo guida nel rinnovamento del mondo della scuola. Il progetto Scuola digitale nella sua versione originaria attribuiva questa funzione alla comunità scolastica regionale con la quale l’Assessorato della Pubblica Istruzione si era ampiamente e capillarmente confrontato presentando la proposta progettuale in tutte le province e acquisendone il gradimento prima di emetterne la versione definitiva. Da questo confronto era scaturita l’opzione in favore di materiali didattici che fossero modulari, articolati in asset (atomi di contenuto), molecole, lezioni, corsi, in modo che i docenti potessero strutturali e organizzarli secondo le loro specifiche esigenze didattiche, e personalizzabili, aggregabili in catene di contenuto anche sulla base di criteri di affinità semantiche. Tutto ciò, si diceva esplicitamente nel Capitolato tecnico, “al fine di garantire un alto livello di personalizzazione al docente, che può navigare tra i contenuti e costruire percorsi didattici tarati sui bisogni della classe”. E si aggiungeva, in modo da non lasciare adito ad alcun dubbio: “La scomposizione dei contenuti didattici digitali editoriali in asset (atomi di contenuto) aggregabili liberamente da parte dei docenti è il passaggio chiave per la trasformazione del tradizionale libro di testo cartaceo in materiale aperto e “calibrato” sui bisogni dello studente”.

Il nucleo fondamentale del progetto nella sua versione originaria era dunque questo e veniva sintetizzato già nelle primissime pagine del Capitolato tecnico: “La Regione Sardegna, partendo dalle recenti indicazioni della riforma dell’istruzione (progetto nazionale del MIUR), dalle indicazioni europee e facendo tesoro delle migliori pratiche della comunità internazionale, intende perseguire le finalità di cui sopra partendo dalla realizzazione di una infrastruttura per l’erogazione di contenuti didattici, utilizzando pratiche ormai consolidate di dematerializzazione, condivisione, riaggregazione e personalizzazione di fonti editoriali. Fulcro della realizzazione di tale modello è l’implementazione di un innovativo processo redazionale in grado di trattare fonti grezze per trasformarle in contenuti aggregati che possano sfruttare la multicanalità mediante uso di modelli realizzati appositamente per le tipologie di risorse didattiche e canali distributivi previsti”.

Ora la domanda cruciale da porsi è questa. Nel tanto decantato “mercato” esistono già prodotti che abbiano queste caratteristiche e che dunque la Regione possa acquisire senza bisogno di chiederne la produzione? Posso rispondere tranquillamente di no e sfido chiunque a farmeli vedere se ritiene il contrario. La realtà è che le case editrici italiane sono state ferme per anni sul versante dell’innovazione e della digitalizzazione, al punto che è dovuta intervenire una circolare prescrittiva dell’allora ministro Gelmini per imporre, sia pure in maniera parziale e confusa, il passaggio dai manuali cartacei ai manuali misti, che offrano almeno un apparato digitale (per lo più off line) che costituisca parte integrante del prodotto. Ora stanno cominciando lentamente a muoversi, ma in modo disomogeneo e senza una visione complessiva e realmente innovativa. Lo dimostra il fatto che continuano a essere riproposti e offerti come “novità” materiali di varia nazionalità (polacchi, indiani e via dicendo) realizzati molti anni fa e che il poco prodotto autonomamente e di recente non appare impostato per soddisfare il principio della scomposizione in atomi e moduli, in modo da favorire la flessibilità dei processi d’insegnamento e l’effettiva personalizzazione dei processi d’apprendimento, e della sua successiva ricomposizione in ambienti integrati, progettati e realizzati così da fornire un quadro concettuale adeguato e un contesto efficace nel quale inserire i moduli suddetti.

Il cuore della questione è dunque questo. Il progetto faceva presente al mercato queste esigenza e dettava la tipologia dei contenuti più adatti a soddisfarla. Perché, allora, la Regione ha cambiato rotta. Qui non c’è bisogno di esegesi. Lo ha detto chiaramente l’assessore Milia nel corso della conferenza stampa di presentazione della nuova versione di Scuola digitale: perché le maggiori case editrici nazionali avevano ritenuto di non dovere rispondere al bando. Questa affermazione è vera solo in minima parte, in quanto dalle richieste di chiarimento (FAQ) presentate per rispondere al bando siamo in grado di desumere per certo che la Mondadori e il gruppo De Agostini-Utet, che certo non sono piccoli editori, avevano invece deciso di partecipare alla gara e sono rimasti sconcertati quando è cominciata a circolare l’ipotesi di revoca. Certamente, oltre a questi citati, ci sarebbero stati altri grandi editori in lizza, e per sapere quanti e quali bisognava semplicemente aspettare che venissero presentate le offerte e aperte le buste.

È comunque un dato di fatto che l’AIE (Associazione Italiana Editori) non era soddisfatta del modo in cui il bando era stato impostato e proposto. Sapete perché? Per il semplice fatto che la Regione pagava, ovviamente, i contenuti digitali prodotti (per tutte le discipline e per tutti gli ordini di scuola, lo ricordo, in modo da sgravare totalmente e una volta per tutte le famiglie del costo, sempre più oneroso, dei libri di testo) ma, altrettanto ovviamente, rivendicava l’incondizionata proprietà dei materiali acquisiti, senza limiti né di tempo, né di spazio. Quest’ultima non è una formula retorica: sta a indicare, in concreto, che i vincitori della gara dovevano aggiornare questi contenuti gratuitamente per cinque anni e poi renderli disponibili per l’aggiornamento successivo da parte del sistema scolastico regionale, in modo che fossero sempre al passo con i tempi: e che, avendone la libera disponibilità, la Sardegna poteva esportarli e renderli fruibili in altre Regioni, previo accordi di collaborazione e di scambio di servizi che già si cominciavano a impostare e realizzare, e anche con altri Stati, essendo i contenuti in inglese, oltre che in italiano.

Spero che ci si renda di ciò che, in questo modo, si sarebbe ottenuto: la Regione sarebbe stata proprietaria dell’archivio dei contenuti didattici per l’intero sistema scolastico nazionale, diventandone, di fatto, il centro propulsivo, e avrebbe avuto il diritto e la possibilità di esportare all’esterno, dalla propria piattaforma, i materiali di propria esclusiva proprietà. Qui entra il discorso della piattaforma, che era pensata in modo non solo da poter ospitare la tipologia dei contenuti descritti, ma da favorirne l’organizzazione e la ricerca non soltanto per parole chiave, come fanno i motori di ricerca maggiormente diffusi, ma per associazioni in termini di significato e di affinità semantiche, in modo da stimolare e rendere possibile una reale ottica inter e tran disciplinare. Non a caso nel Capitolato tecnico si faceva esplicita richiesta (cito testualmente dal Capitolato) di “un motore di ricerca semantico che:

a)  abbia la capacità di sfruttare la rete semantica dei contenuti anche in contesti disciplinari diversi;

b)  sia in grado di proporre all’utente accostamenti di contenuti didattici basati sia sulla prassi didattica dell’utente stesso che sulla prassi didattica degli altri utenti (superando in tal modo le logiche statiche e rigide dei database tradizionali);

c)  offra la possibilità di realizzare nuove modalità di fruizione dei contenuti, come ad esempio percorsi di fruizione con le tecniche di storytelling;

d)  possa essere reimpiegato in scenari di apprendimento diversi, ad esempio scuole di ogni ordine e grado, apprendimento lungo tutto l’arco della vita, formazione professionale, enciclopedie ecc.”

Questa era la caratteristica fondamentale della piattaforma da realizzare, funzionale alla filosofia del progetto descritto. E anche in questo caso, elemento da rimarcare, la Sardegna sarebbe stata proprietaria del codice sorgente del web semantico, in modo da poterlo liberamente sviluppare, “calibrandolo” sulle esigenze via via prospettate dal sistema scolastico nazionale.

Fin qui il progetto come era stato impostato, travasandone i cardini metodologici e culturali nei documenti di gara.

Con la delibera adottata alla Giunta regionale il 31 luglio che cosa subentra a questo scenario? Una prospettiva i cui punti fondamentali possono essere così sintetizzati:

Rinuncia alla piattaforma propria per acquisirne una, fornita dal MIUR, cito testualmente, “coerente con le nuove caratteristiche che la stessa piattaforma tecnologica dovrà assumere entro la nuova logica del data center nazionale prevista dal piano di azione e di coesione”;
Rinuncia ala produzione di contenuti didattici originali, così come descritti, e acquisto dei prodotti disponibili sul mercato;
Produzione autonoma limitata ai soli materiali riguardanti la lingua e la cultura della Sardegna;
Mutamento della configurazione e del ruolo del Centro di competenze per l’erogazione dei servizi di eccellenza, la cui costituzione costituisce uno dei punti focali del progetto, al punto da figurare nella stessa denominazione del Capitolato tecnico. La delibera, a questo proposito, dice infatti testualmente che “le mutate condizioni del contesto e il necessario riferimento nazionale del progetto rendono inoltre necessaria la ridefinizione degli assetti organizzativi e delle connesse procedure di governance a supporto delle reti scolastiche regionali e nazionali rendendo, quindi, necessaria una modifica della impostazione ipotizzata del centro di competenza”.

Vediamo di capire che cosa ciascuno di questi punti, tradotto in soldoni, significa e le implicazioni a cui porta:

Punto 1) La piattaforma che il Miur ha commissionato a HP e all’Indire originariamente per destinarla alla Puglia e che ora verrebbe fornita alla Sardegna non ha le caratteristiche previste dal progetto Scuola digitale, in particolare non prevede la realizzazione di un motore semantico che è non solo utile, ma indispensabile per le ragioni esposte. Basta leggere il progetto commissionato ad HP e a Indire per rendersene immediatamente conto. Manca inoltre di tutta una serie di requisiti e di caratteristiche tecniche che non sto ad elencare per non annoiare che legge. Oltre tutto la sua adozione significa, di fatto, per la Sardegna rinunciare al ruolo di protagonista e di centro dell’innovazione del sistema scolastico nazionale, acquisita con il progetto Scuola digitale, per cederlo al MIUR.

Punto 2) Il “mercato” offre, a caro prezzo, solo licenze d’uso dei contenuti digitali, limitate nel tempo (due, tre anni, estensibili a cinque a quanto mi si dice, dopo di che però bisognerebbe ricominciare da capo e riacquistarle ex novo sempre a caro prezzo, imposto dal “mercato”) e nello spazio (l’uso delle licenze è limitato alla sola Sardegna, il che significa, nonostante tutta l’enfasi e l’ottica trionfalistica circolante, che in questo caso dalla Sardegna non sarà possibile esportare un bel nulla. A soddisfare i bisogni della altre regioni ci penserà il mercato, vendendo anche a esse le suddette licenze d’uso). In questo caso sono dunque le case editrice a mantenere, come già oggi succede per i manuali adottati, i diritti di proprietà sui contenuti didattici digitali. Di fatto non cambierebbe nulla, seconda la solita logica gattopardesca che caratterizza ormai da decenni tutte le pretese innovazioni del sistema sociale e culturale nazionale, che non a caso è anchilosato al punto da non riuscire più a tenere il passo con i tempi, come dimostra la drammatica crisi che il nostro apparato produttivo sta attraversando proprio per mancanza di effettiva capacità creativa e innovativa.

Punto 3. A proposito di ottica provinciale e regionalistica: È come se si dicesse esplicitamente: tu, regione Sardegna, hai la capacità e il diritto di occuparti solo dei contenuti che riguardano la tua lingua e la tua cultura, al resto, ai grandi temi, all’approfondimento delle questioni di rilevanza nazionale e internazionale ci pensiamo noi ministero e noi grande case editrici di respiro nazionale e internazionale. Vi ricordate il famoso inno delle sorelle Bandiera: “Fatti più in là”? La logica è esattamente quest.;

Punto 4). Dai documenti che sono circolati nelle segrete stanze dell’Assessorato il senso del “mutamento di governante” invocato è chiarissimo. Si tratta di affidare all’Indire, ex Ansas, con sede a Firenze, la gestione del Centro di competenza per l’erogazione, al sistema scolastico sardo, dei servizi di eccellenza. Il che significa, ancora una volta, che non potranno essere la regione Sardegna e la comunità scolastica regionale nel suo complesso a valutare e decidere quali innovazioni e quali nuovi servizi adottare per migliorare l’efficienza e il rendimento delle istituzioni scolastiche di casa nostra e cercare di arginare la drammatica dispersione che colpisce il nostro sistema scolastiche. Questo ruolo cruciale, in nome dell’ottica nazionale adottata e così orgogliosamente sbandierata, sarà ceduto e appaltato all’esterno, a un istituto le cui iniziative non sono state certo oggetto di un caloroso gradimento da parte degli insegnanti ai quali erano destinate (basta interpellarli per rendersene conto).

Allora, sulla base di tutto ciò che ho qui cercato di spiegare (e mi scuso della lunghezza di questo scritto, ma era necessaria per far capire bene cosa sta succedendo) riformulo la domanda da cui sono partito: chi è effettivamente prigioniero di una logica miope e arretrata, di totale subordinazione culturale e politica all’esterno, si tratti di ministero o di “mercato”, e chi invece ha cercato di porre in primo piano e di valorizzare il protagonismo e la capacità progettuale e innovativa che la Sardegna, con il progetto “Scuola digitale”, aveva per prima e in modo pionieristico dimostrato di saper esprimere, come attestato dai giudizi lusinghieri che questo progetto, nella sua versione originale, si era guadagnato a livello nazionale e internazionale anche presso gli ambienti culturali e di ricerca più accreditati? Lascio i lettori liberi di farsi un’opinione in proposito e di rispondere.

Silvano Tagliagambe

Direttore scientifico del progetto “Scuola digitale”

Cagliari, 4 agosto 2012

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Un commento su “Chi vuole la scuola digitale e come

  1. fabioargiolas
    23 dicembre 2012

    Reblogged this on Il blog di Fabio Argiolas.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 dicembre 2012 da in Uncategorized con tag , , , , .

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